Economia e Gestione delle Imprese – EGI – L’impresa. Fondamenti

L’IMPRESA: ASPETTI INTRODUTTIVI

 

L’impresa è un istituzione economica organizzata ai fini della produzione e dello scambio di beni.

Parole chiavi per comprenderne il funzionamento:

 

  • Contesto: interno: fattori umani, tecnici, finanziari che rientrano nella disponibilità dell’impresa: ambiente esterno generale (concorrenza, influenze dei fornitori e dei clienti, ambiente economico, sociale, ecc)
  • Decisioni: che interessano la dimensione reale: riguardano l’acquisizione, l’uso e la dismissione dei fattori della produzione; che interessano la dimensione finanziaria: riguardano le fonti per coprire il fabbisogno che deriva dall’impiego di quei fattori;
  • Confine: divide le combinazioni produttive che rientrano nella disponibilità dell’impresa, da quelle che rientrano nella disponibilità di altre entità, delle quali l’impresa può al massimo usufruire (dei suoi flussi di servizi);
  • Risultati: performance conseguite dall’impresa in un arco temporale definito.

 

Relazioni tra tali concetti:

 

  • le decisioni influenzano e sono influenzate dal contesto;
  • i risultati influenzano e sono influenzati dal contesto e dalle decisioni.

 

PROCESSO DI PRODUZIONE E DI CONSUMO

 

Gli individui soddisfano i propri bisogni attraverso l’utilizzo dei beni.

BISOGNI: situazioni piacevoli presenti che si vogliono conservare o provocare, oppure sensazioni negative attuali o future cui si vuole far fronte.

 

BENI: qualsiasi mezzo in grado di soddisfare le necessità umane.

 

Classificazione in base alla loro natura:

 

  • Beni materiali e immateriali;
  • Beni di consumo (destinati ad appagare bisogni umani) e beni capitale (destinati alla produzione di altri beni).

 

Classificazione in base al loro contenuto:

 

Un bene è economico se (oltre a soddisfare i bisogni degli individui):

 

  • l’individuo ha conoscenza del fatto che quel bene può soddisfare un suo bisogno;
  • il bene è accessibile in condizioni normali;
  • il bene è disponibile in misura limitata

 

Un bene economico è privato se:

 

  • è escludibile
  • è contendibile

 

ATTO ECONOMICO : scelte che un soggetto pone in essere per soddisfare i propri bisogni con il minimo mezzo. Gli atti economici si distinguono in:

 

  • ATTI DI CONSUMO: azioni volte a destinare i beni per appagare immediatamente i bisogni degli individui.

In base alla durata dell’utilità che forniscono: beni di consumo immediato e beni di consumo durevole;

In base alle abitudini di consumo: beni di largo consumo (omogenei per caratteristiche e prezzo,di modesto valore unitario ed elevata frequenza di acquisto), beni di soddisfazione e beni di prestigio;

Negli atti di consumo i beni economici possono essere:

complementari: devono essere utilizzate congiuntamente per soddisfare il bisogno;

succedanei: possono essere utilizzati l’uno in sostituzione dell’altro per soddisfare un bisogno;

indipendenti: possono essere utilizzati senza che muti la loro utilità nel soddisfare un bisogno.

  • ATTI DI PRODUZIONE: implicano un processo in cui i beni, combinati tra loro in maniera voluta, subiscono una trasformazione, che può essere:

→ di stato: a partire da un insieme di input produttivi, mediante trasformazioni successive, si arriva ad un altro bene economico, detto output produttivo → processi manifatturieri;

→ di luogo: un bene, originariamente disponibile in un determinato luogo, viene reso disponibile in un altro luogo → processi mercantili o commerciali

→ di tempo: un bene disponibile in un certo tempo viene reso disponibile in un periodo successivo → processi mercantili o commerciali

Con riferimento alla natura dei beni risultanti da tale processo:

→ prodotti finali: destinabili immediatamente al consumo;

→ prodotti intermedi: adibiti ad essere incorporati in altri prodotti.

Con riferimento alla tipologia del bene prodotto:

→ produzioni primarie (pesca e agricoltura)

→ produzioni secondarie (settore estrattivo e manifatturiero)

→ produzioni terziarie (servizi finanziari e non)

Con riferimento ai beni impiegati nella produzione (fattori elementari della produzione):

In base alla durata: → a fecondità semplice, se si esauriscono in un unico atto produttivo;

→ a fecondità ripetuta, se la loro utilità si estende a più atti della produzione.

In base al luogo: i fattori produttivi sono impiegati nelle “unità produttive” che nel loro insieme formano il sistema produttivo, che è dunque una entità dinamica in continuo mutamento.

In base alle combinazioni di fattori produttivi: → combinazioni a contenuto ricorrente;

→ combinazioni a contenuto innovativo.

DILEMMA DELL’INNOVAZIONE: vista la scarsità dei beni economici, il loro impiego in una combinazione, ne diminuisce la disponibilità in altre; dunque l’utilizzo di un fattore in una combinazione innovativa, produce una perdita immediata, visto che quello stesso fattore non verrà utilizzato nelle combinazioni ricorrenti, che hanno un’immediata e nota utilità; inoltre il beneficio che deriva dalle combinazioni innovative è futuro e incerto, e dipendente da diverse condizioni: il beneficio si genera se: i nuovi beni devono essere stati scoperti, il loro valore deve essere stato riconosciuto e la loro produzione deve essere stata inserita nell’ambito di combinazioni produttive ricorrenti.

 

IL PROCESSO DI SCAMBIO

 

Si colloca tra la produzione e il consumo; è un processo in cui una parte, in totale libertà, assume l’impiego a trasferire un bene economico da lui posseduto ad un’altra parte, che si impegna a far avere alla prima un corrispettivo equivalente di beni.

Elementi caratteristici di tale atto economico sono:

 

  • le parti: sono i soggetti che vi partecipano; sono l’offerente (venditore) e il richiedente (acquirente); esprimono spesso interessi antagonistici: il venditore vorrà dalla controparte un corrispettivo più elevato oppure vendere una quantità inferiore per un prezzo fissato (l’acquirente vorrà le cose opposte);
  • l’oggetto: si identifica con il mutamento di situazione che lo scambio determina. Abbiamo dunque i seguenti oggetti: cessione di un bene di consumo, compravendita di fattori della produzione, prestazione di servizi, concessione di crediti, assunzione di rischi in via di specializzazione; differenza tra scambio e rapporto di lavoro: nel rapporto di lavoro emerge il concetto di autorità: il meccanismo dei prezzi lascia lo spazio all’autorità.
  • Il contenuto: si riferisce all’insieme di facoltà ed obblighi che scaturiscono dalla sua struttura contrattuale → relazione tra prestazione e controprestazione:

: scambio beni contro beni → baratto: reso difficile dalla necessità, affinché sia realizzato, della “doppia coincidenza”;

: scambio beni contro moneta → si individua un bene con funzione di unità di conto rispetto al quale sono espressi i valori di tutti gli altri beni. Specificità della moneta: non ha un suo valore intrinseco e la sua accettazione da parte degli individui è su base fiduciaria → facilita la conclusione degli scambi. Beni economici oggetto di scambio di beni contro moneta sono denominati MERCI.

 

L’introduzione dello scambio fa nascere un ciclo degli acquisti, con cui si acquistano i fattori della produzione, e un ciclo delle vendite, in cui si collocano i prodotti ottenuti mediante i processi di trasformazione sul mercato finale.

Con lo scambio si traccia una distinzione tra valore d’uso (diritto di proprietà che riguarda il godere in maniera piena ed esclusiva i frutti di un bene) e valore di scambio ( diritto di proprietà come possibilità di valorizzare un bene mediante atti di acquisto e vendita con terze parti).

 

IL RUOLO DEI MERCATI NEI PROCESSI DI PRODUZIONE, DI CONSUMO E DI SCAMBIO

 

L’introduzione dello scambio ha favorito la divisione del lavoro: gli individui possono specializzarsi nella produzione di alcuni beni e acquisire la disponibilità di altri attraverso lo scambio.

La divisione del lavoro causa però problemi di coordinamento nell’ambito delle attività di produzione e consumo: problema di coordinare i piani di produzione con quelli di consumo (offerta e domanda) → problema economico nell’ambito del processo di allocazione delle risorse: come adattare i piani degli individui in relazione ai cambiamenti che intervengono nelle particolari circostanze di luogo e di tempo. I mercati risolvono tale problema: MERCATO: con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, la definizione di mercato diviene sempre più indipendente dal luogo, ma si qualifica più che altro in relazione all’oggetto: assume le vesti di un sistema coordinato di negoziazioni o un complesso di affari attinenti a una determinata merce.

Quindi essi si classificano in base alla merce scambiata e in base ai limiti geografici: mercati locali, nazionali e internazionali.

In un mercato sorgono dunque moltissimi scambi, che causano costi di transazione = fattori elementari che, distratti dall’uso produttivo, sono impiegati sia per la stipula dei contratti alla base dei vari scambi sia per la ricerca delle informazioni necessarie per assumere a monte la decisione di acquisto dei fattori della produzione.

Tali costi sono in parte mitigati dal funzionamento del meccanismo dei prezzi:

 

  • ruolo informativo: interessa solamente l’importanza relativa dei beni, ossia il loro prezzo, e non le cause che modificano tali rapporti di importanza.
  • Ruolo di coordinamento delle iniziative personali:
  • influenza le scelte inerenti le combinazioni produttive → mano invisibile di Adam Smith : lo scambio favorisce la ricombinazione dei fattori produttivi modificando le priorità assegnate alla produzione dei beni, creando così le condizioni per sviluppare nuove combinazioni → livellamento tra domanda e offerta.

 

MERCATI E COMBINAZIONI INNOVATIVE

 

Da un lato, i mercati facilitano l’impiego dei fattori produttivi in combinazioni innovative, visto che non è più necessario che un solo individuo disponga contemporaneamente di idea, conoscenze, abilità e motivazioni occorrenti per attuare tale combinazione. Dall’altro lato però si tratta di combinazioni che daranno come esito un bene nuovo, di cui non sono noti i vantaggi e di cui è difficile dunque stabilire un prezzo: essendo questo alla base del mercato, anche laddove vi fossero l’idea e la possibilità di metterla in atto, se non ci sono individui disposti a pagare per quel bene, il soggetto non potrebbe remunerare i fattori della produzione.

 

L’IMPRESA NEI PROCESSI DI PRODUZIONE, DI CONSUMO E DI SCAMBIO

L’allocazione delle risorse, nei moderni sistemi produttivi, non è lasciata solo al mercato, ma anche alle imprese. Un primo discrimine tra imprese e mercati riguarda il concetto di autorità, presente sicuramente nel rapporta tra datore di lavoro e lavoratore che si instaura nelle imprese; ma, a ben vedere, anche nel mercato il consumatore può avere autorità sul produttore.

Possiamo poi osservare che in genere nell’impresa i rapporti che si instaurano sono di lungo periodo mentre quelli nel mercato sono più brevi, ma tale brevità potrebbe riguardare tranquillamente anche i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore.

Ciò che concorre a distinguere più marcatamente impresa e mercato è piuttosto l’elemento organizzativo presente nella prima: art. 2555 cc: azienda = “complesso di beni organizzato dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa”; da ciò discende che, rispetto al mercato, l’impresa è caratterizzata da:

 

  • organizzazione dei fattori della produzione, attraverso regole di coordinamento e di orientamento comune;
  • un’entità giuridica intestataria dei fattori della produzione e dei rapporti contrattuali che ne discendono;
  • direzione unitaria dai fattori della produzione da parte di un organo di governo (“imprenditore”).

 

L’elemento organizzativo porta a domandarsi se qualsiasi organizzazione sia un’impresa oppure no.

Organizzazione = scopo condiviso, insieme di fattori umani, tecnici e finanziari, sforzi inquadrati nell’ambito di uno schema prestabilito.

 

Cosa differenzia l’impresa? → art. 2082 cc, definizione di imprenditore: “svolge professionalmente un’attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni e servizi”.

L’impresa si caratterizza dunque per:

 

  • scambio: l’impresa agisce su due mercati: quello dell’approvvigionamento dei fattori della produzione e quello del collocamento di beni e servizi presso i consumatori finali;
  • capitale: fondo di valori nella disponibilità dell’impresa in un dato momento, necessario per la produzione del reddito;
  • reddito: si sostanzia nell’utilizzo del capitale a fini economici e si manifesta nella differenza tra ricavi derivanti dal collocamento di b/s presso il consumatore finale e i costi dell’approvvigionamento.

 

Essenza impresa = impiegare un capitale al fine di conseguire una differenza tra ricavi e costi attraverso la ricerca di una massima convenienza nella soddisfazione dei bisogni dei consumatori, tenute presenti le esigenze dell’attività di produzione. Convenienza = prezzi che remunerino il capitale + margine congruo.

 

Altra caratteristica dell’impresa rispetto alle organizzazioni è la distribuzione del reddito: parte del reddito prodotto, tenendo presente l’esigenza di mantenere un capitale idoneo a continuare a generarlo, viene distribuita a soggetti diversi (imprenditore o azionista) da quelli che hanno contribuito con i propri flussi di servizio ad alimentare i processi di produzione (lavoratori, fornitori, finanziatori, ecc).

Dunque l’impresa implica l’azienda ma non si esaurisce in essa.

 

Impresa e organizzazioni pubbliche

 

  • nelle organizzazioni pubbliche la produzione di beni economici rappresenta il fine e non il mezzo, lo strumento per il conseguimento di un reddito
  • differenza con impresa pubblica: essa si qualifica sempre e comunque per il fine del reddito, ma il capitale è per la maggior parte conferito da enti pubblici, in un loro investimento per il conseguimento di fini di politica economica → “onere improprio”: se il reddito prevedibile è minore di quello normale, lo Stato deve sopportare tale costo se vuole raggiungere il fine per il quale ha fatto quell’investimento.

L’impresa può avere anche un importante ruolo sociale, visto che la gerarchia economica a cui sono soggetti gli individui che vi si ritrovano influenza le loro scelte anche in ambito extraeconomico e queste a loro volta influenzano quello economico.

L’impresa è poi in grado di trovare un modo per includere nel suo processo di produzione combinazioni innovative che il mercato non sarebbe in grado di attuare, soprattutto per la difficoltà di trovare un prezzo per b/s la cui utilità non è ancora nota, prezzo che invece l’impresa potrebbe trovare valorizzando al suo interno dette combinazioni.

 

L’IMPRESA NELL’EVOLUZIONE STORICA DEI SISTEMI CAPITALISTICI

 

Impresa artigiana

È la prima forma di impresa, caratterizzata dal fondersi di tutti i ruoli tipici di un’impresa nella figura dell’artigiano, che è allo stesso tempo imprenditore, finanziatore, gestore ed esecutore dell’attività produttiva.

Opera esclusivamente su commessa, ossia su richiesta dei clienti che dunque conosce.

I lavoratori non instaurano con lui un tipico rapporto con un datore di lavoro, ma è più un rapporto maestro apprendista, e spesso i lavoratori sono familiari dell’artigiano.

Non si riesce ad identificare un capitale dell’impresa, in quanto questo si confonde con quello dell’artigiano.

 

Impresa mercantile

 

  • XIII secolo: il mercante imprenditore acquista la merce, la fa lavorare al domicilio dell’artigiano, riceve il prodotto finito del cui smercio è responsabile → attività di intermediazione commerciale trasformando i beni nel tempo e nello spazio.
  • XIV secolo: ulteriore espansione del commercio internazionale → grandi compagnie di commercio.
  • XV secolo: fabbisogno dell’impresa cresce, visti i crescenti costi di trasporto e le crescenti quantità di merci da acquistare, dunque la famiglia non è più in grado da sola di colmare tale fabbisogno, che comincia ad essere coperto con l’emissione di strumenti di debito e con l’apertura dell’assetto proprietario ad altri soggetti; si formano nuovi attori economici, quali intermediari finanziari, capitalisti e imprese di assicurazione per l’accrescersi dei rischi connessi con il trasporto. Le grandi compagnie di commercio si affermano anche grazie all’evoluzione legislativa: su concessione di un atto sovrano la compagnia acquista una personalità giuridica autonoma → il patrimonio dell’ente si scinde da quello dei proprietari/capitalisti → i soci/capitalisti ha un ruolo di controllo e di indirizzo dell’impresa; i soci possono consultare i libri dell’impresa, nominano gli amministratori responsabili della gestione, si riuniscono nelle assemblee dei soci, in cui ognuno ha diritto ad un voto. Ogni socio ha poi diritto alla ripartizione periodica degli utili e al rimborso del capitale in fase di liquidazione.

 

Impresa industriale

 

XVIII e XIX secolo → rivoluzione industriale; trasformazione nei processi di produzione: vengono introdotti:

 

  • standardizzazione dei prodotti e dei materiali: metodo con il quale si definiscono ex ante tipologie, dimensioni e caratteristiche dei vari stadi dei processi produttivi e di input e output
  • semplificazione: riduce la quantità di strumenti, metodi e tecniche impiegati nelle combinazioni produttive;
  • meccanizzazione: il lavoro dell’uomo si sostituisce con quello delle macchine, grazie alle invenzioni di questo periodo → divisione del lavoro
  • nuovo rapporto tra impresa e consumatori: viene meno la commessa → produzione di massa

Con l’avvento delle macchine il lavoro si concentra nelle fabbriche, in cui i lavoratori svolgono compiti sempre più precisi e parcellizzati, perdendo di vista l’obiettivo finale del prodotto finito → rapporto impresa-lavoratori: le attività dei lavoratori sono svolti in assoluta continuità sulla base dei vincoli, obiettivi e supervisione del management → nasce il rapporto di lavoro dipendente che introduce una dissociazione tra gli obiettivi dei lavoratori e quelli dell’impresa → conflitti di classe → Marx ed Engels considerano l’impresa industriale come strumento per espropriare il valore prodotto dal lavoratore, cosa possibile a causa delle macchine, prodotto del capitale.

 

La grande impresa organizzata in forma di società di capitali

 

  • elevati investimenti nelle attività di produzione, nel marketing, nella distribuzione e nelle reti commerciali di vendita;
  • si afferma come centrale la figura del manager: egli si occupa delle funzioni di direzione e coordina, valuta e pianifica le attività dell’impresa, svolgendo due ruoli fondamentali: deve armonizzare le esigenze immediate dell’impresa con quelle di più ampio respiro e deve creare un tutto il cui valore sia superiore alla somma delle parti, assicurando la solidità a lungo termine della propria compagnia.

Si forma così una nuova classe di individui: il management → assumono un ruolo centrale nella gestione e nel governo dell’impresa.

  • La struttura organizzativa si incentra su una tecno-struttura manageriale, sovente articolata in: organi di amministrazione: definiscono obiettivi generali, prevedono e pianificano piani a lungo e medio termine, nominano i dirigenti, ecc; organi di direzione: trasformano in azioni le decisioni degli organi di amministrazione, programmando, coordinando e controllando tali azioni. Tale struttura favorisce la dissociazione tra proprietà e management (o controllo) dell’impresa, favorita anche dalla innovazioni in materia di diritto societario, per il quale le società di capitali si caratterizzano per:
  1. personalità giuridica frutto dell’autonomia privata e non della concessione sovrana; separazione tra patrimonio impresa e patrimonio capitalisti, che rispondono delle obbligazioni limitatamente ai mezzi finanziari conferiti; 2. il proprietario assume la qualifica di azionista ovvero portatore di un titolo di credito rappresentativo del capitale di rischio dell’impresa; 3. i titoli rappresentativi del capitale di rischio possono essere liberamente scambiati e si apre così un nuovo mercato.
  • Conflitto tra azionisti e management: separazione tra proprietà e controllo → la proprietà tende a non avere più capacità amministrativa, di voto o di iniziativa e spesso non ha nemmeno la capacità di nominare gestori/amministratori; i proprietari e fornitori del capitale di rischio perdono poi anche le prerogative proprie dei creditori, visto che i flussi di reddito loro destinabili sono solo eventuali.
  • Rapporti tra azionisti di maggioranza e azionisti di minoranza: capitale di rischio suddiviso in quote, ciascuna delle quali è rappresentata da titoli liberamente scambiabili sul mercato; tali titoli conferiscono ai loro possessori dei diritti: diritti patrimoniali diretti: diritto a ricevere una parte proporzionale degli utili netti e del patrimonio netto risultante dalla liquidazione, diritto di recesso, diritto di trasferire il titolo a terzi dietro corrispettivo; diritti patrimoniali indiretti : partecipazione alle assemblee dei soci, diritto di voto, diritto di prendere visione del libro dei soci, ecc.

Dalla titolarità discendono però anche obblighi in capo al proprietario: egli deve aver conferito capitale di rischio che rimane nelle alee della gestione; tale conferimento può originare sia nella fase di costituzione dell’impresa sia in fasi successive, in caso di aumenti di capitale → si instaura così un rapporto tra impresa e fornitore di risorse a titolo di pieno rischio, rapporto che si interrompe o col recesso del socio oppure con il trasferimento del titolo a terzi.

L’esercizio dei diritti amministrativi è subordinato al numero di azioni possedute: distinguiamo: azionisti di controllo, che detengono un numero di azioni tali da poter effettivamente gestire e guidare l’impresa; azionisti di minoranza, la cui unica attività è quella di percepire i dividendi; tra gli azionisti di minoranza distinguiamo poi quelli interessati alla gestione, ma che di fatto non la possono controllare, e quelli non interessati alla gestione, come i risparmiatori acquirenti azioni nel mercato azionario; agli azionisti di controllo si riferisce il capitale di comando, a quelli di minoranza il capitale di controllo.

Il capitale di comando concorre ad esprimere il soggetto economico → colui che ha il potere di determinare finalità e indirizzi aziendali, esercitando un controllo finanziario e strategico, ossia potere di indirizzo e di controllo.

Tali conflitti originano i cd “costi di agenzia”, che influiscono negativamente sul reddito d’impresa e la cui riduzione mediante appositi meccanismi di governance è alla base delle economie delle grandi corporation.

Ci sono dei casi in cui però tali conflitti sono limitati e possono rappresentare una buona via per l’organizzazione dell’impresa; ciò avviene se:

 

  • il proprietario azionista non svolge la funzione di imprenditore (governo impresa e assunzione rischio(, ma tale funzione viene svolta in maniera diffusa nell’impresa;
  • l’impresa si trova in un contesto concorrenziale che spinge i manager a controllare e governare più attentamente i risultati dell’impresa;
  • i manager sono sottoposti al controllo delle opportunità connesse all’offerta dei loro servizi.

 

In tali condizioni non si avrebbe alcun conflitto tra manager e azionisti.

 

l’evoluzione dell’impresa non sembra conclusa: si parla di “economia delle reti” → disaccoppiamento tra le fasi di disegno e di produzione del prodotto

→ dispersione delle attività manifatturiere in diverse unità produttive, non necessariamente facenti capo ad un’impresa.

 

L’IMPRESA IN CHIAVE DIMENSIONALE

 

Il concetto e le misure della grandezza dell’impresa sono influenzati dalle finalità conoscitive del soggetto che su di esse si vuole informare e dall’oggetto a cui la dimensione si riferisce.

Rispetto alla grandezza e alla forma, la dimensione viene misurata attraverso l’impiego di grandezze quantitative oppure mediante il ricorso a tratti qualitativi;

 

Gli approcci quantitativi

 

Variabili considerate:

 

  • numero di addetti ovvero numero medio mensile di addetti; limiti di tale variabile: risente dei gradi di meccanizzazione dei processi produttivi: un’impresa potrebbe essere considerata più piccola solo perché utilizza maggiormente meccanismi di automazione che richiedono meno lavoro per produrre la stessa quantità di prodotto;
  • capitale investito netto = attività dello stato patrimoniale al netto dei fondi; limiti: variabile influenzata dal metodo contabile utilizzato, dall’inflazione, e non tiene conto della composizione del capitale (liquidità o immobili?)
  • totale delle quantità prodotte dall’impresa in un determinato periodo; limiti: impossibilità di confrontare tra loro attività produttive eterogenee.

Tipici indicatori della dimensione aziendale utilizzano le quantità prodotte, in termini di fatturato= unità vendute x prezzo unitario, o in termini di valore della produzione = unità prodotte x prezzo unitario → si trasformano così le quantità in valori, facilitando la comparabilità tra imprese. Limiti: dipendenza dai prezzi e dunque dall’inflazione, e dalla grandezza del mercato in cui l’impresa opera;

  • valore aggiunto = differenza tra fatturato e costi esterni di produzione; limiti del fatturato e del valore della produzione + dipendenza dal livello di integrazione verticale dell’impresa.

 

Nella prassi, visti i limiti di ciascuna variabile, in genere si utilizzano congiuntamente più criteri → distinzione tra micro impresa (meno di 10 occupati e fatturato annuo non superiore a 2 milioni), piccola impresa (meno di 50 occupati e fatturato non superiore a 10 milioni) e media impresa (meno di 250 occupati e fatturato annuo non superiore a 50 milioni) →  unisce più criteri per realizzare tale distinzione.

 

Gli approcci qualitativi

 

  • Distinzione tra impresa artigiana e piccola impresa industriale basata sul grado di automazione e standardizzazione delle combinazioni produttive
  • Distinzione tra piccolo impresa e media impresa si basa sul grado di articolazione e strutturazione dell’organizzazione aziendale.
  • Distinzione tra media impresa e grande impresa basata sul differente potere di mercato.
  • Distinzione tra grande impresa e impresa multinazionale si basa sull’ampiezza dei mercati serviti a livello internazionale.

 

I GRUPPI DI IMPRESE

 

Un gruppo di imprese si caratterizza per la presenza di un soggetto che estende il suo potere di indirizzo e controllo su diverse unità decisionali. Condizioni affinché si abbia un gruppo di imprese:

 

  • presenza di un insieme di imprese giuridicamente autonome e distinte;
  • le imprese dell’insieme devono essere connesse tra loro da legami strutturanti di natura: a) finanziaria → partecipazioni di maggioranza assoluta, se esse rappresentano il 50% più 1 delle azioni, oppure di maggioranza relativa, se esse rappresentano meno del 50% più1 delle azioni; partecipazioni dirette o indirette, se la partecipazione tra due imprese è mediata da un’altra società. b) economica → rapporti giuridici che creano una dipendenza funzionale tra un’impresa ed un’altra: es: affitto di impianti per lunghi periodi, rapporti di fornitura esclusiva di beni economici, ecc. essi configurano un gruppo quando sono tali da ridurre l’autonomia di un’impresa rispetto ad un’altra facente parte del gruppo. c) personale → rapporti di parentela, amicizia e professionali tra i manager delle imprese facenti parte del gruppo.
  • Deve essere presente un soggetto che esercita un’influenza dominante ovvero un potere di indirizzo sul governo e sulla gestione delle imprese afferenti il gruppo stesso. Questo soggetto è spesso indicato con il termine holding ; essa è pura se detiene solo partecipazioni e non svolge alcun processo di trasformazione; quella mista svolge invece anche attività di produzione. Le holding posizionate al vertice del gruppo sono dette capo-gruppo o casa-madre, mentre quelle che controllano delle imprese ma sono a loro volta controllate da una capo-gruppo prendono il nome di sub-holding.

 

Vantaggi del gruppo: accrescere il potere nei confronti dei mercati, rafforzare la capacità di cogliere possibilità di sviluppo, ottenere benefici fiscali, facilitare le attività di controllo, ecc.

 

Svantaggi del gruppo: “economicità super aziendale”: prevale la produzione del reddito a livello globale su quello prodotto dalla singola impresa e ciò può dar luogo a conflitti di interessi tra l’azionista di controllo e l’azionista di minoranza che partecipa alla singola impresa.

 

DECISIONI DI IMPRESA

 

Le decisioni possono essere tese a migliorare il contesto interno oppure ad influenzare il contesto esterno a beneficio dell’impresa. Sono in generale deliberazioni o scelte, individuali o collegiali, risolutive di una problematica.

Caratteristiche di una decisione:

 

  • atto volitivo: ossia la manifestazione da parte di un soggetto o di un collegio di seguire un determinato corso di azioni piuttosto che un altro
  • tale atto volitivo deve essere preso da un soggetto afferente all’impresa
  • oggetto della decisione è sovente rappresentato da una problematica suscettibile di influenzare la dinamica evolutiva dell’impresa
  • il decisore a fronte di una problematica deve disporre di possibili alternative di cui si conoscono le conseguenze.

 

Diverse classi di atti volitivi: rispetto al contenuto:

 

  • decisioni che riguardano la dimensione reale: sono quelle che riguardano la trasformazione degli input in output: decisioni che riguardano proporzioni e tempi dei fattori produttivi, decisioni concernenti il processo di approvvigionamento e di collocamento degli output sul mercato, ma anche scelte indirettamente collegate ad input ed output, come quelle riguardanti l’amministrazione e la gestione dell’impresa; particolare rilievo assumono in questo senso le decisioni di investimento,che sono finalizzate a creare i presupposti attraverso cui l’impresa sia in grado di svolgere con continuità la sua attività di produzione di beni economici. (es: acquisto di un impianto o di un macchinario).
  • Decisioni che riguardano la dimensione finanziaria: sono quelle che si propongono di mantenere un certo equilibrio tra i fabbisogni scaturenti dai processi di produzione e di investimento e le fonti disponibili o prontamente reperibili (es: gestione tesoriera, incassi e pagamenti, peso indebitamento, ricorso a fonti interne od esterne, politica dei dividendi, ecc)
  • + altre scelte al di fuori dell’ambito economico

 

Rispetto al livello al quale le decisioni sono assunte:

 

  • decisioni di natura strategica: scelte fondamentali che caratterizzano e influenzano la dinamica evolutiva dell’impresa, attraverso la variazione nel tempo delle varie combinazioni dei fattori produttivi per mantenere una coerenza tra l’impresa e l’evoluzione del contesto. Sono in genere prese dagli organi di vertice e sono molto complesse. Es: mercato da servire, prodotti da offrire, investimenti in ricerca e sviluppo, ristrutturazione attività produttive.
  • Decisioni di natura tattica: hanno il ruolo di attuare le decisioni strategiche e si sostanziano nella individuazione di combinazione di fattori produttivi che consentano all’impresa di raggiungere obiettivi in condizione di efficienza. Sono in genere assunte da funzionari e dirigenti di livello intermedio, presentano un carattere ricorrente, riguardano problemi evidenti e investono aree specifiche dell’impresa. Es: programmazione della produzione, organizzazione della rete di vendite, gestione budget commerciale.

Sussiste una relazione di interdipendenza tra scelte strategiche e scelte tattiche: quelle strategiche guidano quelle tattiche e gli effetti di queste ultime possono vincolare o ampliare lo spettro delle decisioni strategiche attuabili.

  • Decisioni di natura operativa: sono numerose, trovano riflesso nei cd budget, sono risolvibili spesso mediante algoritmi; es: attività di promozione del prodotto, programmazione della produzione, ecc.

 

in un contesto stazionario prevarranno scelte tattiche e operative, mentre quelle strategiche sono tipiche di un ambiente dinamico, in continuo cambiamento.

 

La realtà delle decisioni di impresa

 

L’impresa è pervasa da una miriade di decisioni, le quali sono interdipendenti tra di loro: una decisione su un aspetto potrebbe influenzare scelte future su altre situazioni, oppure influenzare una scelta successiva sulla stessa situazione, oppure influenzare una scelta concorrente su un fatto diverso in quanto entrambi condividono gli stessi fattori della produzione.

L’interdipendenza può assumere diversi segni:

 

  • complementarietà: i benefici netti di una decisione si accrescono per effetto dell’assunzione di altre scelte concorrenti;
  • sostituibilità o trade-off: i benefici netti imputati ad una decisione si riducono per effetto di altre scelte prese dai decisori d’impresa.

 

Conseguenze di tale interdipendenza:

 

  • non si può individuare un’alternativa migliore in assoluto, ma solo una che sia migliore per un determinato livello locale ristretto
  • la presenza di più alternative ottime comporta che il decisore, nel prenderne una, stia implicitamente rinunciando alle altre → le decisioni generano sempre dei costi-opportunità, perché alla presa di una decisione corrisponde sempre lo scarto di un’altra.

 

Elementi di base nelle decisioni di impresa

 

Le decisioni di impresa emergono da un processo articolato in più fasi tra loro concatenate:

 

  • individuazione dei problemi
  • fissazione di traguardi
  • raccolta delle informazioni
  • valutazione delle diverse soluzioni
  • decisioni circa le soluzioni migliori per i traguardi prefissati
  • trasformazione della decisione assunta in azioni
  • controllo sugli effetti prodotti dalle azioni che conseguono alle decisioni prese.

 

Il processo decisionale potrebbe però anche non essere così sequenziale e razionale; è in ogni caso il momento centrale della economia e gestione delle imprese. Il controllo ex post diventa input di un nuovo processo teso a migliorare le fasi precedenti, in una sorta di feedback.

 

Informazioni e rappresentazioni

 

informazioni = insieme di dati riguardanti fenomeni a cui il decisore attribuisce rilievo; possono riguardare sia il contesto interno, sia quello esterno. Possono assumere un carattere sintetico (numero di clienti) oppure un carattere dettagliato (sesso ed età dei clienti).

Le informazioni devono corrispondere comunque alle esigenze dei soggetti decisori nell’impresa e devono essere disponibili al momento giusto: sarebbe inutile avere un’informazione dopo che la decisione circa un dato aspetto sia già stata presa. Le informazioni disponibili vanno dunque confrontate con i fabbisogni dei decisori: da tale confronto possono emergere simmetrie o asimmetrie dell’informazione: queste ultime si hanno sia nel caso in cui le informazioni siano sufficienti per orientare l’agire, laddove una quantità più ampia di informazioni avrebbe orientato in maniera difforme l’agire stesso, sia nel caso in cui le informazioni, pur sufficienti in senso medio, non sono però ritenute tali per orientare l’agire→ fabbisogno informativo aggiuntivo.

 

Rappresentazioni = modelli, teorie, routine di calcolo che consentono al decisore di semplificare la complessità della realtà oggetto di osservazione.

 

Informazioni e rappresentazioni diventano tanto più importanti nel momento in cui il decisore deve prendere una decisione non programmata, ossia una decisione occasionale di natura strategiche richiede specifici procedimenti di soluzione.

l’ampliarsi delle informazioni disponibili accresce l’accuratezza della decisione, ma allo stesso tempo la maggiore meticolosità ricercata in una decisione potrebbe confliggere con la necessità di assumere la decisione stessa con rapidità → intuizione = abilità di un decisore di sintetizzare efficacemente e velocemente le informazioni in vista di assumere decisioni in tempi rapidi.

 

I driver decisionali

 

il decisore oltre a informazioni e rappresentazioni è tenuto a considerare anche altri aspetti che qualificano il contesto in cui la decisione si inserisce → driver decisionali, che riguardano:

 

  • la visione: prospettiva futura rispetto a ciò che l’impresa intende diventare; intenzione generale da cui discendono decisioni e attività d’impresa di lungo periodo;
  • la missione = il ruolo che l’impresa intende svolgere nel mercato; qualifica la cd “vocazione”;visione e missione sono dunque driver rispetto ai quali si collegano altre decisioni e la missione può essere considerata conseguenza della visione.
  • Finalità dell’impresa: orientamento generale che si pone a monte del processo decisionale. Gli obiettivi generali sono invece traguardi funzionali rispetto al fine dell’impresa → finalità stabilita dagli organi di vertice. Finalità tipica di ogni impresa continuità aziendale, capacità dell’impresa di sopravvivere nel tempo → impresa come entità tesa alla sopravvivenza. Il mantenimento dell’equilibrio economico e finanziario sono obiettivi generali strumentali alla finalità della sopravvivenza.

Una giusta visione è condizione necessaria ma non sufficiente del successo imprenditoriale: sono necessarie anche → sostenibilità sul piano economico, finanziario, organizzativo, ecc.

il perseguimento di obiettivi generali passa attraverso il perseguimento di obiettivi parziali e intermedi → indicatori del grado di raggiungimento dell’obiettivo generale.

 

I criteri di scelta nelle decisioni di impresa: efficienza, efficacia e redditività

 

criteri alla base del processo decisionale, per prendere la soluzione migliore; innanzitutto teniamo presente che il decisore, nella scelta tra due alternative, tenderà a preferire quella che offre la migliore conseguenza attesa.

Criteri alla base del processo decisionale sono efficacia, efficienza e redditività; NOTA BENE: questi non si identificano con gli obiettivi generali e specifici e con la finalità dell’impresa, ma definiscono il modo in cui un soggetto valuta le alternative al fine di raggiungere il traguardo stesso. Il criterio definisce in che misura (efficacia), con quali modalità (efficienza) e con quali benefici (redditività) il traguardo è stato raggiunto. Inoltre non sempre le decisioni sono prese in base a tali criteri di razionalità economica, ma possono essere dettate anche da altri fattori di natura extraeconomica. Infine tali criteri sono naturalmente influenzati anche dalla funzione di utilità del soggetto decisore.

 

L’efficacia

 

L’efficacia riguarda la capacità di un’alternativa decisionale di perseguire risultati predefiniti. Tale criterio si può dunque esprimere come rapporto tra risultati ottenuti e risultati desiderati: tanto più i primi saranno vicini ai secondi, tanto maggiore sarà l’efficacia.

La ricerca dell’efficacia implica dunque in primo luogo scelte coerenti con l’ambiente esterno: l’impresa è efficacie tanto più soddisfa i suoi clienti e gli altri soggetti con cui intrattiene rapporti di vario tipo. l’impresa per essere efficacie deve dunque comprendere le mutevoli aspettative di una gamma vastissima di soggetti e adeguare a dette aspettativele strategie e l’operatività dell’impresa. l’efficacia si collega dunque alle scelte strategiche dell’impresa che contribuiscono infatti ad armonizzare il contesto interno con quello esterno.

 

L’efficienza

 

Misura la capacità dell’impresa di minimizzare le risorse necessarie al conseguimento di un risultato. Massima efficienza si ha quando l’impresa riesce a sfruttare pienamente il potenziale produttivo ed economico dei mezzi di cui dispone. Tale criterio può dunque essere espresso come rapporto tra risultati ottenuti e mezzi impiegati. Aumentare tale rapporto permette di ridurre i costi di produzione, potendo così praticare prezzi di vendita maggiormente competitivi.

Se l’efficienza è riferita al sistema economico, possiamo distinguere:

 

  • efficienza allocativa: tutti i beni economici sono allocati ai migliori usi noti, prodotti senza sprechi;
  • efficienza adattiva: qualità del sistema di adattarsi all’evoluzione del sistema stesso.

 

Se l’efficienza è riferita all’impresa:

 

  • efficienza riferita a un singolo fattore produttivo (misure analitiche) → efficienza espressa come livello di output prodotto per unità di fattore impiegato;
  • efficienza riferita a combinazioni di fattori (misure sintetiche) → espressa come rapporto tra risultato da conseguire e complesso dei fattori impiegati a tal fine.
  • Efficienza storica: se input e output sono espressi mediante dati effettivamente conseguiti.
  • Efficienza teorica: rapporti tra output e input sono espressi rispetto a condizioni ipotetiche di migliore utilizzo dei fattori produttivi → livello tendenziale di efficienza al quale il decisore dovrebbe far convergere la sua impresa con le sue scelte. Tale concetto si lega a quello di costo standard → costo preventivo che si stabilisce dopo aver determinato i rapporti tra quantità prodotte e fattori della produzione impiegati conseguenti ai livelli di efficienza teorici.
  • Efficienza marginale o differenziale: esprime come varia l’efficienza al mutare delle combinazioni tra i fattori della produzione.

Il criterio di efficienza spinge il decisore verso quelle alternative che a parità di input danno un maggiore output, oppure a parità di output richiedono un minor input.

In relazione ai modi in cui output e input sono espressi abbiamo:

 

  • produttività o efficienza tecnica: output e input sono definiti in termini di quantità fisiche; es: produttività degli impianti = quantità di output/ore di macchina. Scelte coerenti con tale criterio sono quelle volte ad accrescere l’output a parità di input, a diminuire gli input impiegati dati gli output, oppure a diminuire gli input aumentando al contempo l’output. Es: scelte volte a migliorare la qualità della forza lavoro, investimenti per innovare l’impresa, ecc. la produttività di un’impresa può poi accrescersi anche grazie a fattori esterni, come le esternalità prodotte da altri operatori.

La produttività si distingue dai concetti di: coefficiente tecnico di produzione, che esprime la quantità fisica di ciascun fattore che serve per produrre una unità di prodotto; coefficiente di spesa → sono misure caratteristiche dei processi di produzione e non criteri decisionali. Si tenga presente che l’interdipendenza tra le decisioni d’impresa potrebbe causare che l’accrescimento della produttività di un fattore contrasti con la produttività di un altro fattore, così come si potrebbe avere l’effetto opposto.

  • Economicità o efficienza economica: attitudine a ricavare dalle risorse disponibili il massimo beneficio economico → rapporto tra output prodotto e costo sostenuto, espresso a prezzi costanti. Tale criterio spinge il decisore verso un forte razionamento delle risorse, nell’ottica di contenere i costi all’interno dell’impresa rispetto ad un output da produrre. Tale criterio deve essere però specificato all’interno di un’ottica temporale specifica: l’accrescimento dell’economicità attuale potrebbe pregiudicare l’economicità futura, se ad esempio per limitare gli sprechi un’impresa rinuncia ad opportunità di sviluppo che avrebbero invece potuto rafforzare nel tempo i livelli di efficienza economica → paradosso amministrativo di Thompson: le scelte di mantenimento potenziano l’efficienza immediata ma indeboliscono al contempo l’efficienza attesa, mentre gli sprechi attuali causati dallo sviluppo di risorse e capacità interne assumono un valore economico in previsione di un loro futuro annullamento. Va dunque definito il lasso temporale entro il quale una certa decisione passa dall’essere fattore di spreco a condizione di economicità.

 

l’economicità concorre poi a definire se e in che misura un incremento di produttività sia stato perseguito in presenza di costi crescenti o meno.

 

La redditività

 

Esprime la capacità dell’impresa di generare reddito in proporzione agli stock di capitale in essa investiti → rapporto tra risultato economico e capitale remunerato da questo flusso.

Il risultato economico può essere riferito a :

 

  • risultato di esercizio: è un dato contabile che si esprime come differenza tra ricavi e costi desumibili dal conto dei profitti e delle perdite.
  • Profitto o reddito: è un risultato economico che rettifica il risultato di esercizio per l’insieme dei costi opportunità sostenuti dall’impresa (es: remunerazione del capitale conferito dagli azionisti a titolo di rischio).
  • Surplus o sovrareddito: differenza tra il livello di profitto conseguito e un livello di profitto considerato normale. Tasso di profitto = rapporto tra profitto lordo e ammontare del capitale investito; margine di profitto = rapporto tra profitto e fatturato.

 

Il capitale a cui si fa riferimento nel calcolo della redditività è in genere o il capitale investito netto = somma dell’attivo patrimoniale al netto dei fondi di rettifica, oppure al capitale proprio = somma di capitale sociale, riserve e utili/perdite riportate a nuovo.

La redditività indica dunque la forza economica dell’impresa ed è un indice che esprime la convenienza a impiegare risorse nell’ambito dell’impresa.

Come la redditività orienta le scelte del decisore: quest’ultimo non può fare scelte essendo orientato al raggiungimento della massima redditività possibile, in quanto non ha certezza circa lo stato corrente e gli andamenti prospettici di impresa, e inoltre si ricordi l’interdipendenza tra le decisioni d’impresa → l’assenza di tale certezza dà vita al paradosso del criterio massimizzante: orientando le decisioni d’impresa in un quadro determinato, stabilito sulla base non già della massima redditività, bensì sulla base di un livello di redditività attesa, è possibile raggiungere ex post livelli di redditività maggiori di quelli ottenibili dalla ricerca della massima redditività.

 

La redditività assume anche il ruolo di parametro da tener presente nelle decisioni di investimento.

 

Connessione del criterio della redditività con quelli di efficacia ed efficienza: decisioni ispirate al criterio della redditività sono compatibili con un contesto in cui l’impresa assuma decisioni che sono a monte coerenti con i criteri di efficacia ed efficienza.

Se consideriamo poi che scelte in ragione dell’efficacia possono impedire il raggiungimento dell’efficienza e viceversa, con risultati incerti circa la redditività, è chiaro che il decisore nel fare scelte deve considerare congiuntamente i tre criteri.

 

Redditività e rischio nelle decisioni di impresa

 

Considerazioni circa la redditività richiedono anche di valutare il rischio che si ritiene opportuno sostenere nell’ambito delle decisioni. Distinguiamo:

 

  • rischio asimmetrico: possibilità che l’attività oggetto di valutazione generi una redditività inferiore alle attese. Es: un imprenditore scarta un’iniziativa indipendentemente dalla sua redditività in quanto essa potrebbe pregiudicare la sopravvivenza della sua impresa.
  • Rischio simmetrico: dispersione positiva e negativa rispetto al rendimento atteso più probabile. A differenza di quello asimmetrico, che è solo negativo, quello simmetrico emerge anche come opportunità → scelte fortemente rischiose potrebbero portare ad alti livelli di redditività, mentre scelte prudenziali abbassano le aspettative in termini di redditività attesa → trade-off tra rischio e redditività. Il processo decisionale è dunque fortemente influenzato dalla soggettiva propensione al rischio del decisore.

 

La logica rischio-rendimento limita le decisioni di impresa a quelle iniziative che incorporano una rischiosità coerente con la loro redditività attesa.

L’operatore razionale è avverso al rischio, nel senso che a parità di redditività sceglierà le decisioni meno rischiose e a parità di rischio massimizzerà la redditività attesa.

 

Incertezza e ambiguità nelle decisioni di impresa

 

I modelli rischio-redditività tendono a quantificare il rischio, prevedendo che la volatilità dei risultati attesi sia misurabile in base alla distribuzione dei rendimenti conseguiti attorno a un rendimento medio atteso → rischio considerato come una variabile aleatoria in termini probabilistici.

Tale quantificazione è però spesso accompagnata da informazioni inadeguate e indeterminatezza della realtà osservata → distinzione tra rischio e incertezza: il primo esprime una volatilità misurabile → rischio finanziario la cui evoluzione può essere espressa mediante una distribuzione di probabilità; la seconda riguarda eventi non prevedibili → rischio di business evento atteso di cui si ha una conoscenza limitata e per il quale dunque non è possibili determinare una distribuzione di probabilità. Le decisioni di impresa sono migliorabili dunque solo se è possibile attribuire un peso a eventi futuri, e tale possibilità diminuisce al crescere dell’instabilità ambientale = rapidi cambiamenti dell’ambiente in cui l’impresa opera.

 

Ambiguità decisionale: emerge anch’essa in relazione alla difficoltà di attribuire pesi ad aventi futuri, ma essa è una conseguenza dell’incertezza, nel senso che la carenza di informazioni e conoscenze spinge individui e organizzazioni a formulare diverse ipotesi circa la probabilità di accadimento futuro di un certo evento → considerare simultaneamente più probabilità per ogni scenario esaminato (es: per ogni livello di domanda ipotizzato, ci sono due o più probabilità circa l’apparato produttivo).

 

Gli strumenti decisionali che si fondano sulla teoria di Savage (subjective expected utility, SEU) tendono ad eliminare tale ambiguità, considerando che gli attori economici ricercano la massimizzazione del risultato applicando un’unica probabilità a ogni scenario atteso. Ma nonostante ciò la scelta delle singole probabilità sarà comunque accompagnata da dubbi e incertezze.

Il livello di ambiguità aumenta se il soggetto decisionale è un organo collegiale.

 

Incertezza e ambiguità provocano una maggiore avversione a intraprendere iniziative innovative o comunque caratterizzate da discontinuità rispetto al passato e si passa da una logica massimizzante a una minimizzante, basata sulla ricerca del migliore risultato nell’ambito di ipotesi minime.

 

Esiste poi una relazione biunivoca tra incertezza e ambiguità da un lato e dinamismo ambientale dall’altro: nuovi fenomeni e idee imprenditoriali rendono più sfocate le analisi rischio-rendimento e ciò rende le decisioni di impresa già affermate molto incerte e ambigue e ciò favorisce la possibilità che nascano imprese innovative, che a loro volta favoriscono il dinamismo ambientale stesso; al contrario, in una situazione di stabilità ambientale le analisi rischio rendimento sono chiare, ciò rende poco incerte e ambigue le decisioni delle imprese esistenti che dunque si rafforzano contribuendo a mantenere la stabilità ambientale stessa.

 

I CONFINI DELL’IMPRESA

 

Processo terminale settoriale= insieme delle combinazioni produttive che vanno dall’acquisizione dell’input alla commercializzazione dell’output;

sistema economico settoriale= processo terminale settoriale + combinazioni di carattere complementare.

Confine = demarcazione tra le combinazioni produttive che sono considerate interne (make) e quelle che sono esterne (buy) all’impresa. Il confine si qualifica lungo due dimensioni:

 

  • verticale → scelte di integrazione verticale: opportunità di organizzare le combinazioni produttive di un sistema economico settoriale nell’ambito di un’impresa oppure suddividerle tra più imprese e coordinarne i rapporti.
  • Orizzontale → diversificazione: come variare la scala produttiva dell’impresa e integrare nella stessa impresa combinazioni produttive non verticalmente collegate che insistono su diversi processi terminali settoriali.

 

Il confine dell’impresa

 

si qualifica in relazione alle combinazioni produttive → fattori elementari (oggetti) e flussi di servizi (fatti). Con riferimento ad esse, diversi approcci concorrono a qualificarne il confine:

 

  • un primo approccio considera la visuale di un soggetto osservatore che sulla base delle proprie finalità traccia una linea di confine tra le combinazioni considerate interne e quelle considerate esterne;
  • un secondo approccio qualifica il confine secondo la qualificazione delle combinazioni produttive e delle loro relazioni → il confine risiede laddove le relazioni tra i fattori della produzione diventano sparsi;
  • un terzo approccio si sofferma sulla discrezionalità manageriale e traccia il confine laddove si modifica il controllo sui fattori elementari della produzione e sui connessi flussi di servizi;
  • un ultimo approccio considera vincoli e regole che influenzano le combinazioni produttive; il confine è tracciato laddove i fattori elementari sono soggetti a vincoli che non discendono dall’impresa bensì da altre entità di contesto.

 

Prendendo gli elementi comuni a tali approcci si qualificano come esterne quelle combinazioni che presentano limitate relazioni e interazioni con le altre combinazioni dell’impresa, il coordinamento tra tali combinazioni e le altre si realizza mediante transazioni di mercato e le regole e i vincoli che presiedono il loro funzionamento discendono e sono espressione di entità diverse dall’impresa stessa → relazioni esterne dell’impresa (es: con i fornitori oppure con una organizzazione commerciale per il collocamento finale del prodotto finito).

Prospettive teoriche nella scelta dei confini di un’impresa

 

analizziamo le ragioni di convenienza che concorrono alla scelta di quali combinazioni produttive debbano essere svolte all’interno dell’impresa e quali sia più opportuno collocare all’esterno.

 

Proposizioni invocate nella prassi di impresa ma poi smentite dalla teoria:

 

  • se una combinazione produttiva concorre al vantaggio competitivo dell’impresa, questa dovrebbe essere collocata al suo interno; ma a ben vedere se l’impresa può facilmente reperire sul mercato a costi più contenuti i flussi di servizio connessi con tale combinazione, viene meno la convenienza di integrarla all’interno dell’impresa stessa;
  • collocando alcune combinazioni all’esterno l’impresa può economizzare sui costi di produzione; in realtà si realizzerebbe solo uno scambio tra costi di produzione in senso stretto e costi di acquisto, e questi ultimi includeranno il costo di produzione che un fornitore deve sostenere;
  • mediante combinazioni interne l’impresa può eliminare il margine di profitto del fornitore; in realtà tale condizione si verifica solo se il produttore ha la disponibilità di fattori specifici della produzione: se viene meno tale disponibilità, l’integrazione di combinazioni produttive porterebbe solo a costi addizionali di produzione senza trarne sostanziali benefici;
  • attraverso il make l’impresa sarebbe in grado di limitare gli effetti delle oscillazioni dei prezzi in momenti di alta domanda o scarsità dell’offerta; ma analogo risultato potrebbe raggiungersi con la stipula di contratti a lungo termine per limitare gli effetti di una tale oscillazione.

 

La scelta deve dunque considerare costi e benefici, ossia la redditività; prospettive teoriche per qualificare benefici e costi associati alle scelte in materia di confine di impresa:

 

  • prospettiva neo-istituzionale: considera rilevanti a tal fine: il differenziale tra benefici netti connessi allo svolgimento di una determinata combinazione produttiva in un’impresa piuttosto che in un’altra e il differenziale tra il costo di organizzazione dell’impresa e il costo di transazione connesso all’uso del mercato; i benefici potrebbero derivare dalla capacità dell’impresa di realizzare, rispetto ad altre, economie di scala (costo medio unitario diminuisce all’aumentare della quantità prodotta), economie di apprendimento (il costo medio unitario diminuisce nel tempo grazie alle conoscenze acquisite dall’impresa con la pratica) ed economie di scopo (la produzione congiunta di due o più beni implica un costo unitario inferiore rispetto a quello che si avrebbe con una produzione separata) svolgendo al suo interno una determinata combinazione produttiva. Un altro beneficio è connesso alle capacità che discendono dalla combinazione di più fattori della produzione, come le capacità di pianificazione e controllo e le conoscenze tecnologiche → maggior efficienza; l’estensione del confine dell’impresa potrebbe però generare anche costi addizionali rispetto a quelli tipici di produzione → costi di organizzazione, che si dividono in (i) costi di coordinamento interno: connessi alla gestione delle interdipendenze tra una combinazione produttiva e le altre→ con l’ampliarsi del confine viene meno la specializzazione dell’impresa e fattori produttivi vengono indirizzati verso molteplici combinazioni, con problemi di interdipendenza; sono costi legati alla variazione del confine dell’impresa ma che allo stesso tempo limitano la possibilità di una sua ulteriore espansione; (ii) costi di agenzia: conflitti di interesse che possono sorgere tra manager delegante e terzo delegato → sforzi che il delegante deve compiere per controllare l’operato del delegato nello svolgimento di una determinata attività; tale controllo è molto difficile da realizzare e tale difficoltà fa accrescere i osti di agenzia; (iii) costi di influenza: sforzi che i vari decisori di un’impresa attuano nei confronti degli organi di vertice per promuovere determinate azioni. d’altro canto, anche l’acquisizione dei flussi di servizio derivanti da combinazioni produttive di altre entità può dar luogo a costi addizionali rispetto a quelli tipici di produzione: costi di transazione: sono tutti quei costi che derivano dall’uso del mercato e originano per definire, negoziare, salvaguardare, gestire e controllare l’attuazione di un contratto. Tali costi si legano a tre aspetti fondamentali: (i) fattori della produzione che hanno natura specifica: un fattore di produzione ha natura specifica se può essere favorevolmente utilizzato solo in un determinato scambio (es: risorse umane addestrate per una specifica produzione e non per tutte le altre) → tale specificità rende difficile l’uso di tale fattore in altri scambi, se non incorrendo in eccessivi costi. (ii) quasi rendite: scaturiscono dall’uso che un’impresa fa di fattori specifici della produzione → esse si ottengono dalla differenza tra il valore di un fattore impiegato nel suo uso corrente e il valore che quello stesso fattore avrebbe se impiegato in un’altra combinazione; visto che il valore di un fattore altamente specifico si riduce se impiegato in altri usi, la sua presenza accresce le quasi-rendite di un’impresa. (iii) in presenza di quasi-rendite si possono creare problemi di hold-up nell’ambito di relazioni esterne: la controparte che impieghi fattori specifici nell’ambito di una data relazione esterna tenderà a volerla mantenere, per evitare i costi che deriverebbero dall’impiego di quel fattore in un’altra relazione esterna; ma la controparte tenderà a modificare le condizioni contrattuali per appropriarsi della quasi-rendita → costi addizionali per migliorare la capacità di negoziazione ex post.

Una combinazione produttiva sarà dunque convenientemente impiegata all’interno di un’impresa se i costi dell’organizzazione sono inferiori ai costi di mercato e se i benefici netti offerti dalla combinazione per l’impresa sono maggiori dei benefici netti potenzialmente generabili dalla stessa combinazione per altre imprese.

  • Prospettiva dei diritti di proprietà: collegamento tra il possesso dei diritti di proprietà su un determinato fattore della produzione e l’incentivo delle imprese ad utilizzarli efficacemente ed efficientemente, legato al potenziale di appropriabilità dei risultati connessi all’utilizzo del fattore stesso. I diritti di proprietà su un fattore andrebbero dunque allocati in quell’impresa le cui azioni e decisioni sono in grado di valorizzarlo al massimo.
  • Prospettiva del potere di mercato: lo svolgimento di combinazioni produttive all’interno dell’impresa non è legato alla possibilità di migliorarne l’efficacia/efficienza, bensì alla possibilità di accrescerne il potere di mercato nei confronti delle entità di contesto. La ricerca di condizioni di potere di mercato potrebbe però innescare una guerra dei prezzi che farebbe accrescere i costi delle imprese, influenzando negativamente i profitti.
  • Prospettiva in un’ottica dinamica: i manager dovrebbero includere nei benefici e nei costi connessi alle scelte in tema di confine, anche i costi di adattamento → i decisori devono tener conto non solo della convenienza iniziale ma anche le implicazioni che una certa configurazione del confine può esercitare sulla capacità dell’impresa a variarne la sua estensione nel futuro.

 

Benefici integrazione: prevenire il rischio di non poter disporre di input a causa di fallimento del fornitore, reperire input con maggiore tempestività, adattare le caratteristiche dei materiali all’evoluzione della produzione.

D’altro canto, acquisendo i flussi di servizio derivanti da combinazioni di altre entità, l’impresa limiterebbe il suo fabbisogno finanziario, che si accrescerebbe in caso di integrazione a causa della necessità di reperire i fattori della produzione.

l’estensione del confine potrebbe poi derivare da pressioni istituzionali e non da scelte industriali.

L’estensione del confine potrebbe poi essere funzionale all’innovazione: con esso si colmerebbero carenze del mercato laddove quest’ultimo non metta in atto combinazioni produttive nuove per l’incapacità di attribuirle un valore e dunque un prezzo.

 

L’estensione verticale

 

L’estensione verticale di un’impresa è l’insieme dei cicli produttivi verticalmente collegati tra loro che sono collocati all’interno del confine di un’impresa → integrazione di una combinazione produttiva all’interno dell’impresa. Il confine dell’impresa ha un carattere dinamico: quando viene ampliata la sua estensione verticale, si parla allora di integrazione verticale, e in base alla tipologia di combinazione produttiva collocata nell’ambito del confine, abbiamo:

 

  • integrazione verticale a monte o ascendente: quando l’impresa colloca al suo interno una combinazione produttiva che si colloca a monte di quelle svolte dall’impresa;
  • integrazione verticale a valle o discendente: se la combinazione integrata si colloca a valle di quelle svolte dall’impresa;
  • integrazione verticale diagonale: se vengono introdotte combinazione produttive che pur non concorrendo direttamente alla trasformazione dei prodotti finiti offrono servizi strategici a tali processi.

 

Dall’altra parte l’impresa può decidere anche di ridurre la sua estensione verticale, con meccanismi di esternalizzazione di combinazioni produttive, i cui flussi di servizio verranno dunque acquistati dall’impresa sul mercato. In questo caso l’impresa, se riduce l’estensione a monte della produzione, dovrà rivolgersi a fornitori o sub-fornitori: con i primi intratterrà dei rapporti standard; con i secondi potrà scambiare anche informazioni e persone, cosa che ha rilievo soprattutto nel caso in cui a causa dell’integrazione l’impresa non sia riuscita ad ottenere informazioni che invece altre impresa hanno avuto proprio grazie all’esternalizzazione.

 

Nell’ambito dei rapporti tra imprese e sub-fornitori si possono individuare:

 

  • esternalizzazione di capacità: l’impresa ha tutte le capacità necessarie alla produzione, ma usa il rapporto di sub-fornitura per adeguare il livello produttivo alla variazione della domanda;
  • esternalizzazione di specialità: l’impresa acquisisce flussi di servizio che non sarebbe altrimenti in grado di produrre o reperire da altre fonti.

 

L’estensione orizzontale

 

Insieme dei cicli produttivi non verticalmente collegati tra loro che sono collegati all’interno dell’impresa. l’estensione orizzontale si collega alle decisioni in materia di crescita della scala produttiva dell’impresa, connessa a sua volta all’ampliamento delle combinazioni produttive legate alla produzione di beni correnti e di diversificazione in diverse aree di affari. La crescita della scala produttiva e la diversificazione sono condizione necessaria ma non sufficiente per l’ampliamento dell’estensione orizzontale → due imprese potranno presentare lo stesso grado di diversificazione (ossia scala produttiva), ma avere una diversa estensione orizzontale nel caso in cui una di esse si sia affidata a fornitori esterni mentre l’altra ha riportato al suo interno le combinazioni produttive.

 

La crescita della scala produttiva può aversi espandendo la capacità produttiva nelle attività correnti oppure nelle attività similari a quelle correntemente svolte. Se la crescita è accompagnata da un ampliamento del confine si avranno modifiche in senso espansivo degli impianti esistenti, acquisizione di nuove unità produttive, sostituzione di un impianto con un altro di maggiori capacità.

Se la crescita si realizza in costanza di confine, essa è ottenuta mediante il ricorso a sub-fornitori.

La crescita della scala produttiva apporterebbe benefici all’impresa in termini di economie di scala e di apprendimento, ma un’impresa potrebbe comunque decidere di non percorrere questa via → in assenza di una adeguata domanda di mercato tali benefici potrebbero assumere solo un carattere potenziale e spesso illusorio. Pur in assenza di una domanda adeguata, il manager potrebbe trovare conveniente comunque espandere la scala produttiva nella ricerca di potere di mercato o per ragioni extra economiche, come l’adattamento alle pressioni degli organi istituzionali.

 

Diversificazione = ampliamento del variegato panorama di aree di affari nei quali un’impresa è presente.

Area di affari = insieme di prodotti / servizi che utilizzano comuni tecnologie e sono destinati a un gruppo ben identificato di consumatori.

Maggiore è il numero di aree di affari in cui un’impresa è presente, maggiore è la diversificazione.

 

Motivazioni alla base delle scelte di diversificazione

 

  • ricerca di condizioni di potere di mercato
  • ricerca di condizioni di efficienza mediante lo sfruttamento di economie di scopo e di scala
  • sostenere lo sviluppo dell’impresa e accrescerne la redditività
  • per equilibrare i flussi di cassa specializzandosi in un’area di affari che genera flussi positivi che vadano a compensare quelli negativi scaturenti da un’altra area.

 

Diversificazione non va confusa con la differenziazione che consiste nel creare, attraverso azoni di marketing, la percezione nel consumatore che il prodotto offerto dall’impresa sia unico e distinto rispetto ai prodotti commercializzati dai concorrenti.

non va poi confusa con la segmentazione che consiste nel suddividere il mercato in gruppi omogenei di consumatori rispetto a determinati attributi e peculiarità.

 

nella diversificazione è rilevante non solo il numero di aree di affari, ma anche il grado di comunanza tra le aree di affari stesse.

due tipi di comunanza:

 

  • a livello di attività di vertice: trasferimento di fattori della produzione e condivisione di flussi di servizio da un’area di affari ad un’altra (es: attività di ricerca e sviluppo condivise);
  • a livello di attività operativa: presenza di attività produttive condivise tra le aree di affari (es: impianti di produzione condivisi).

 

Se sono presenti fattori di comunanza a livelli di vertice e operativo l’impresa avrà una diversificazione correlata; sarà non correlata nel caso in cui tale comunanza sia sostanzialmente assente. sarà poi conglomerata se l’impresa opera in molte aree di affari che presentano tra loro una limitatissima comunanza sui due livelli.

la presenza di comunanza facilita la realizzazione di economie di scopo, soprattutto per il trasferimento di conoscenze e competenze e favorisce più rapidi processi di apprendimento.

D’altro canto, in presenza di comunanza e potere di influenza, le aree di affari dominanti potrebbero indurre perdite di efficienza nelle altre attività correlate.

 

Alcuni modelli per le scelte in materia di diversificazione:

 

  • modello BCG (Boston Consulting Group): si fonda sul concetto di curca di esperienza, che cattura la riduzione del costo unitario medio di produzione per effetto delle economie di scala e di apprendimento: lo scorrimento dell’impresa lungo la curva è dettato dai volumi di prodotti venduti nell’ambito di un’area di affari. maggiore è tale volume, minori sono i costi unitari attesi degli stessi. ciò viene sintetizzato in una matrice che combina, su una dimensione, il tasso di crescita del mercato, indice del potenziale di sviluppo delle quantità vendibili da parte dell’impresa, e sull’altra la quota di mercato relativa, ossia il rapporto tra la quota di mercato dell’impresa e quella del concorrente diretto, che indica la capacità effettiva dell’impresa a trasformare il potenziale produttivo presente in un’area di affari in quantità effettivamente vendute: si identificano così 4 quadranti: stelle: quota di mercato relativa e crescita del mercato alta; mucche cassiere: quota alta e crescita bassa; enigmi: quota bassa e crescita alta; cani: quota e crescita bassa.
  • modello Mckinsey: matrice che combina due dimensioni rilevanti per le scelte in oggetto: l’attrattività dell’area di affari = redditività che un’impresa può potenzialmente acquisire in una determinata industria; posizione competitiva che l’impresa detiene nell’area di affari stessa = capacità dell’impresa di trasformare in redditività effettiva la redditività potenziale.

 

le decisioni in materia di scala produttiva e diversificazione sono accompagnate da scelte circa l’estensione orizzontale dell’impresa: la dimensione orizzontale dell’impresa presenta un carattere duale rispetto alla scelte di crescita dimensionale e diversificazione:

 

  • a parità di estensione orizzontale si possono avere diversi gradi di scala produttiva e diversificazione: a parità di scala produttiva e diversificazione l’impresa potrà essere qualificata per gradi diversi di estensione orizzontale
  • l’estensione orizzontale è dunque un concetto dinamico e la sua variazione si manifesta in presenza di modifiche della scala produttiva e della diversificazione così come in costanza delle stesse, in relazione alle variazioni delle ragioni di convenienza in termini di costi di transazione e di organizzazione.

 

Cenni sulle modalità di estensione orizzontale e verticale delle imprese

 

Tali modalità si classificano in:

 

  • sviluppo per vie interne: sviluppo di combinazioni produttive alternative per consentire l’ingresso dell’impresa in nuove aree di affari oppure per espandere la sua produttività; importanza in questo senso delle attività di ricerca e sviluppo che forniscono uno stimolo essenziale all’individuazione delle opportunità di crescita.
  • sviluppo per vie esterne: acquisizione di altre imprese presenti nel mercato oppure integrazione mediante processi di fusione; tale via rappresenta una modalità di globalizzazione che consegue la formazione di imprese multinazionali.
  • modalità ibride: consorzi, alleanze, outsourcing, reti d’impresa, ecc.

 

reti d’impresa: con il contratto di rete più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato.

 

IL CONTESTO INTERNO

 

Introduzione:

 

La definizione di impresa quale complesso organizzato al raggiungimento di uno scopo, fa emergere l’importanza in essa dell’organizzazione.

 

L’attività dell’organizzazione

 

L’impresa, vista la centralità in essa dell’individuo, il quale è indispensabile in ogni decisione, viene definita come un sistema socio-tecnico.

l’individuo costituisce inoltre un fattore peculiare rispetto agli altri, in quanto l’impresa può esercitare un diritto di proprietà solo sul flusso di servizio che scaturisce dal lavoratore, ma non sul lavoratore stesso.

Con l’evoluzione dell’impresa e la conseguente divisione del lavoro, ogni lavoratore assurge determinati compiti e si crea una dissociazione tra tali compiti e gli obiettivi dell’organizzazione stessa; ciò causa dei problemi:

 

  • problema della fedeltà: volontà di continuare a fornire la propria prestazione in quell’impresa e non in altre;
  • problema del contributo: livello di sforzo impiegato nello svolgere la propria attività;
  • problema del coordinamento: modalità con cui la prestazione di servizio è svolta;
  • problema dell’adattamento: disponibilità a modificare il modo cui le attività lavorative sono svolte.

 

tali decisioni incidono sul raggiungimento da parte dell’impresa del proprio obiettivo; dunque la funzione di organizzazione dovrebbe creare un contesto all’interno del quale i lavoratori siano portati a fare scelte che siano coerenti con l’obiettivo dell’impresa: es: incentivi non solo monetari ma anche in chiave di possibilità di carriera.

 

Il raggiungimento di tale atmosfera è indice del raggiungimento di un equilibrio organizzativo: diffusa armonia tra il servizio prestato dal lavoratore all’impresa e i benefici che derivano all’individuo da tale servizio.

 

Se da una parte la divisione del lavoro favorisce la specializzazione, dall’altra però, fa accrescere i costi di coordinamento che si rendono necessari vista la parcellizzazione del lavoro e le interdipendenze tra le varie attività produttive. Tale divisione fa inoltre accrescere i costi di agenzia legati alla rottura tra centro decisionale e centro esecutivo.

Tali costi sono tanto più elevati quanto più grande è la dimensione dell’impresa; i decisori di un’impresa dovranno dunque creare un contesto interno con una divisione del lavoro che sia però in grado di contenere tali costi.

Le risorse umane con le loro capacità sono una risorsa essenziale per le imprese e visto che queste ultime non vi possono esercitare un diritto di proprietà, quelle che investono in addestramento del personale, non potendo mantenere quest’ultimo al loro interno in caso di decisione del lavoratore di andare in un’altra impresa, quest’ultima trarrà beneficio dall’addestramento della prima.

Ci si interroga dunque in quali circostanze un’impresa possa far leva sul fattore umano per realizzare le condizioni di efficienza, efficacia e redditività. Innanzitutto le capacità degli individui possono essere distinte in capacità generiche (es: buona comunicazione) e capacità specifiche (es: come individuare la persona a cui chiedere in caso di bisogno).

Le condizioni di efficienza, efficacia e redditività di un’impresa si basano largamente sulle capacità specifiche dell’individuo, che possano essere utili all’impresa stessa. Infatti le capacità generiche sono piuttosto omogenee tra gli individui e sono tanti a possederle: si ha dunque un mercato ampio in cui l’impresa può scegliere la capacità generica di cui ha bisogno, senza farne venir meno la disponibilità per altre imprese della stessa, vista l’ampiezza del mercato di tali capacità. Gli individui con capacità specifiche sono invece minori, e ciò rende più difficile l’acquisto dei relativi flussi di servizio. Inoltre vista la loro specificità, i benefici prodotti da tali capacità in una determinata impresa, sarebbero comunque limitati per altre imprese: magari un individuo con una capacità specifica riesce ad esprimerla appieno in un’impresa grazie alle risorse della stessa, mentre in un’altra impresa con diverse risorse non potrebbe esprimere appieno le sue capacità. Per questo gli individui con capacità specifiche presentano una maggiore fedeltà nei confronti dell’impresa in cui lavorano e sono dunque meno mobili.

Ma se ciò è vero non è immaginabile la presenza di un mercato in cui i servizi offerti da tali individui siano negoziabili; dunque come fa un’impresa a produrre tali capacità specifiche?

La risposta a tale problematica risiede nella funzione di organizzazione, che dovrebbe favorire un contesto di crescita al cui interno mediante l’accumulo progressivo nel tempo di capacità specifiche o la trasformazione di capacità generiche in capacità specifiche.

Tali processi comportano costi di adattamento: tanto maggiori sono tali costi tanto più è rilevante il problema del cambiamento e tanto meno i lavoratori saranno disponibili a cambiare modalità lavorative.

Inoltre lo sviluppo di tali capacità potrebbe dar luogo ai cd “costi sommersi”: costi che si sostengono ma che verrebbero completamente persi ove le attività da svolgere venissero modificate.

Sorge dunque il problema di come favorire le capacità specifiche senza che queste rappresentino un freno ai processi di cambiamento. Sorge dunque un’altra funzione per l’attività di organizzazione, quella di evitare che le capacità specifiche causino prezzi sommersi.

L’organizzazione deve poi occuparsi di allineare il contesto interno con le scelte dell’impresa, in particolare con quelle strategiche. Occorre poi che l’organizzazione sappia creare un contesto interno coerente con quello esterno, in grado di rispondere correttamente alle attese e pressioni che da esso promanano.

 

Le componenti del sistema organizzativo interno

 

Riassumendo, la funzione dell’organizzazione ha il compito di definire un contesto interno in cui coesistano divisione del lavoro ma bassi costi di coordinamento e agenzia, capacità specifiche e limitati costi sommersi, mantenendo coerenza con il contesto esterno e le scelte d ‘impresa.

Nello svolgere tale compito la funzione dell’organizzazione può agire su 4 fattori: la struttura, le persone, gli incentivi e la cultura.

 

La struttura

 

Struttura organizzativa = insieme delle posizioni lavorative e delle relazioni tra di esse, che, partendo da un insieme di persone, qualifica le relazioni stesse, la distribuzione dell’autorità e delle responsabilità, i processi elementari e i meccanismi di integrazione dell’organizzazione stessa.

La struttura organizzativa è dunque collegata con le scelte inerenti le combinazioni produttive e con le decisioni in materia di composizione dei fattori della produzione.

Questo collegamento può essere esplicitato con i seguenti concetti:

 

  • compito: gruppo di attività elementari sia manuali sia mentali, composte in modo tale da poter essere svolte da una persona;
  • posizione individuale: raggruppamento di più compiti omogenei e complementari rispetto alle attività da svolgere;
  • unità organizzativa: raggruppamento di più posizioni individuali.

 

A tali concetti si collegano quelli di:

 

  • mansione: insieme dei compiti che una persona deve svolgere;
  • qualifica: posizione organizzativa affidata alla persona;
  • ruolo: insieme delle conoscenze professionali, degli schemi concettuali, delle attività operative che caratterizzano lo svolgimento di una determinata mansione.

 

I concetti di compito, posizione e unità collegano la struttura organizzativa con le combinazioni produttive il cui svolgimento è supportato da un insieme di compiti aggregati in mansioni assegnate a ciascuno dei membri dell’organizzazione. Quindi la struttura organizzativa collega in maniera armonica le combinazioni produttive con i fattori della produzione, assumendo un carattere di specializzazione più o meno accentuato;

 

  • specializzazione orizzontale: una struttura organizzativa è tanto più specializzata quanto più elevato è il numero di persone alle quali sono assegnati singoli compiti elementari: catena produttiva in cui è presente una sostanziale divisione del lavoro. I benefici di ciò sono legati ala ripetitività dei compiti che consente di ridurre i costi legati al passaggio da un compito ad un altro, all’accrescimento degli effetti di apprendimento e allo sviluppo di nuove tecnologie di supporto.
  • Specializzazione verticale: consiste nel separare la fase di decisione dalla fase di attuazione dei compiti.

 

La crescente specializzazione si lega all’idea che diverse conoscenze sono richieste per compiti differenti.

La specializzazione verticale comporta però problemi di controllo e coordinamento con conseguente aumento dei costi di coordinamento e di agenzia. Inoltre in tema di specializzazione verticale occorre bilanciare il numero di persone soggette all’autorità di una sola persona con la capacità di comando di quest’ultima.

Si parla di job enlargment quando una posizione viene arricchita di più compiti inclusi nella dimensione orizzontale del processo produttivo; job enrichment quando una posizione viene arricchita di compiti di coordinamento e controllo inclusi nella dimensione verticale; job rotation quando la stessa persona passa da una posizione all’altra nel corso nel tempo.

 

Data la specializzazione orizzontale e verticale, la struttura organizzativa di un’impresa può caratterizzarsi per diversi gradi di centralizzazione = distribuzione del potere decisionale nell’organizzazione.

In tal senso si hanno:

 

  • Relazioni di line: implicano un rapporto di autorità esercitato da un superiore sui dipendenti diretti, delle cui azioni e prestazioni a sua volta il capo è responsabile (catena di comando gerarchica);
  • Relazioni di staff: individuano posizioni ausiliarie che svolgono funzioni consultive e/o di messa a disposizione di conoscenze specialistiche utili per assumere determinate decisioni.

 

Si può dunque affermare che se un’impresa è centralizzata le decisioni più importanti sono concentrate in pochi selezionati individui che ricoprono posizioni di vertice mentre le scelte meno importanti sono affidate a posizioni collegate da rapporti di line con quelle di vertice. la centralizzazione da un lato limita i costi di agenzia, ma pone problemi circa il disallineamento tra la persona che prende la decisione in relazione alla sua posizione e la persona che dispone delle conoscenze e competenze per assumere la decisione.

 

La struttura organizzativa può poi caratterizzarsi per gradi diversi di standardizzazione nello svolgimento di compiti da parte delle persone: essa favorisce la controllabilità delle attività e sostiene lo sviluppo grazie agli effetti di apprendimento, ma limita lo sviluppo di capacità a carattere specifico.

 

La struttura organizzativa può poi caratterizzarsi per gradi diversi di formalizzazione in relazione alla quantità e qualità più o meno ampia di regole scritte, politiche, procedure e processi che gli individui devono rispettare nello svolgimento delle proprie mansioni. La formalizzazione accresce l’efficienza dell’impresa grazie alla maggiore controllabilità del suo funzionamento operativo, riducendo così costi di coordinamento e di agenzia; ma può favorire anche la nascita di costi sommersi, causati dalla difficoltà degli individui ad adeguarsi ai cambiamenti a causa dell’apprendimento di determinate regole nello svolgimento dei loro compiti.

 

I meccanismi di integrazione completano la struttura organizzativa, avendo la funzione di rendere operativo il disegno di base dell’organizzazione, indirizzando i comportamenti degli individui verso gli obiettivi aziendali. Diversi meccanismi di integrazione:

 

  • Regole, procedure e norme: favoriscono la standardizzazione delle attività, dei risultati del lavoro e delle capacità e conoscenze richieste per lo svolgimento delle mansioni.
  • Sistemi di pianificazione e controllo: definiscono un ambito nel quale le decisioni strategiche e tattiche possono essere assunte; raccoglie, elabora e distribuisce le informazioni tra gli individui di un’organizzazione.

 

Tipologie di macro strutture organizzative (raggruppamenti di più posizioni):

 

  • Funzionale: le attività al di sotto della direzione sono scomposte in relazione alle funzioni da svolgere;
  • Divisionale: le attività al di sotto della direzione sono scomposte in relazione ai prodotti offerti, alle aree geografiche servite, clienti o canali distributivi utilizzati;
  • Matriciale: le attività al di sotto della direzione sono scomposte in relazione sia ai prodotti/mercati serviti sia alle funzioni da svolgere;
  • Ibrida: la scomposizione delle attività segue diversi criteri di scomposizione delle attività stesse.

 

Persone

 

Altro elemento centrale nella definizione del contesto interno di un’impresa. Nell’impresa assumono rilievo i tratti caratterizzanti le persone, e in particolare:

 

  • Personalità = qualità psichiche e logiche di comportamento rinvenibili nei diversi ambiti in cui il comportamento dell’individuo si estende;
  • Bisogni = stati di insoddisfazione che influenzano il benessere dell’individuo;
  • Motivazioni= fattori che spingono la persona a porre in essere determinati comportamenti in vista di conseguire un certo obiettivo;
  • Aspettative: previsioni che l’individuo sviluppa con riferimento ai comportamenti degli altri attori che fanno parte dell’impresa;
  • Valori : precetti di base che consentono all’individuo di distinguere nelle attività lavorative quello che è importante da ciò che non lo è così come le modalità con cui le attività devono essere svolte.

 

A ciò si aggiungono capacità e competenze di cui è portatore ogni individuo: saper fare, in relazione allo svolgimento delle attività d’impresa e saper essere, con riferimento al momento relazionale ovvero ai rapporti intrattenuti in ambito aziendale.

Gli individui collocati in posizioni di vertice dovrebbero avere competenze manageriali e di leadership: le prime fanno assumere all’individuo tratti impersonali nel raggiungimento di obiettivi che scaturiscono da necessità legate al contesto interno od esterno dell’impresa. Le relazioni con gli altri individui assumono tratti formali e non vi è coinvolgimento emotivo, il focus è su come le attività vengono svolte e non sul perché;  le seconde caratterizzano un individuo in grado di avere un approccio reattivo e anche creativo finalizzato prevalentemente a modificare le idee, i problemi e il carattere stesso dell’organizzazione. Il focus è sul perché le attività vengono svolte e non sul come, sulla ricerca di nuovi approcci per la soluzione di determinati problemi; le relazioni sono dirette ed intense.

Queste due competenze consentono dunque di mantenere, da un lato, stabilità e controllabilità, dall’altro, di tenere vivi elementi quali l’adattabilità, la creatività, la flessibilità.

 

Assume poi rilievo la composizione del personale:

 

  • Omogeneità di capacità e competenze: facilità di creare relazioni all’interno del personale, il quale è composto da individui che condividono la stessa visione del mondo, fattore che velocizza dunque l’assunzione delle decisioni e la loro attuazione;
  • Eterogeneità di capacità e competenze: gli individui sono in grado di adottare diverse prospettive, sviluppare processi creativi, adattarsi ai cambiamenti. Ci sono vari punti di vista e ciò può essere utile per far in modo che l’impresa possa ricreare e rinvigorire le combinazioni produttive nel corso del tempo.

 

Incentivi

 

Insieme di meccanismi finalizzati ad accrescere lo sforzo degli individui verso il conseguimento degli obiettivi dell’impresa. Gli incentivi possono assumere forme diverse: in termini di contenuto abbiamo:

 

  • Incentivi monetari, che consistono nel pagamento di una somma di denaro;
  • Incentivi non monetari, che consistono nell’offerta di una utilità diversa dal pagamento di una somma di denaro (es: partecipazione delle persone alle scelte strategiche dell’impresa).

 

In termini di livello si distinguono:

 

  • Incentivi individuali, assegnati ad una sola persona;
  • Incentivi di gruppo, assegnati a più individui.

 

In termini di modalità di calcolo si distinguono:

 

  • Incentivi legati ai comportamenti posti in essere
  • Incentivi legati al conseguimento di determinati risultati.

 

In termini di implicazioni degli incentivi sulle decisioni e azioni si osserva che lo sforzo di un individuo dipende dalla sua motivazione: una persona si attende che da un determinato livello di performance nello svolgimento di un compito possa ottenere determinati effetti: tali effetti si distinguono in:

 

  • Effetti estrinseci allo svolgimento del compito: tutti i benefici/sanzioni che un individuo può ricevere dall’ambiente organizzativo in cui è inserito;
  • Effetti intrinseci: tutti i benefici/sanzioni legati esclusivamente allo svolgimento del compito(es: sensazione di aver raggiunto un traguardo, divertimento nello svolgere un compito)

 

Ovviamente ogni individuo assegnerà una rilevanza diversa a tali effetti: un individuo potrebbe essere interessato agli avanzamenti di carriera, un altro invece ad un aumento salariale e altri no.

 

Gli incentivi dovrebbero dunque essere in grado di influenzare la catena compiti-sforzi-effetti accrescendo la percezione del lavoratore che gli sforzi influenzano il conseguimento dei risultati cui si associano effetti ai quali il lavoratore stesso attribuisce sostanziale rilevanza.

 

Ricordiamo poi che la motivazione dipende anche dal senso di equità e non discriminazione: essa diminuisce se il lavoratore percepisce che, a parità di sforzi, un altro ha maggiori benefici oppure un lavoratore che si sforza di meno ottiene gli stessi benefici: tale percezione di iniquità, facendo diminuire la motivazione, fa diminuire anche lo sforzo di quel lavoratore nello svolgere i suoi compiti.

 

Cultura

 

Sistema di artefatti, valori condivisi e assunzioni che forniscono degli standard di comportamento agli individui che compongono una data organizzazione.

 

  • Artefatti: prodotto osservabile della cultura: es: simboli, cerimonie, rituali, costumi.
  • Valori: normi attraverso le quali si osserva cosa è giusto e cosa è sbagliato;
  • Assunzioni: aspettative condivise date per assunte.

 

Si è osservato che imprese con intensità di cultura maggiore tendono più facilmente a raggiungere gli obiettivi di efficacia, efficienza e redditività; questo perché la cultura facilita il coordinamento e elimina possibili conflitti di interesse, diminuendo i costi di agenzia.

Inoltre la congruenza tra valori individuali e cultura dell’impresa accresce lo sforzo degli individui stessi e può essere raggiunta tramite la selezione del personale oppure tramite corsi di formazione volti alla condivisione della cultura dell’impresa.

 

Le relazioni tra le componenti del sistema organizzativo interno

 

I quattro elementi dell’organizzazione devono essere tra loro complementari: la previsione di un determinato aspetto dell’organizzazione deve rafforzare altri aspetti della stessa.

Devono inoltre trovarsi in intima connessione con altre dimensioni dell’impresa, ossia con:

 

  • Scelte strategiche: es: se i decisori vogliono puntare su una maggiore efficienza, saranno necessari processi di incentivazione per migliorare gli sforzi dei lavoratori e dunque l’output prodotto.
  • Caratteristiche dei processi produttivi: es: produzione su commessa (processi discreti) = cultura e personale che sia capace di adattarsi alle variegate esigenze dei vari clienti; processi continui = es: incentivi per ricercare condizioni di efficienza;
  • Stadio evolutivo dell’impresa: (i) stadio pioneristico: imprese neo costituite o in fase di start-up: imperniate sulla figura dell’imprenditore, articolazione della struttura limitate, personale scelto, elevata centralizzazione, incentivi collegati alla possibilità di sviluppo dell’impresa; (ii) passaggio allo stadio di espansione = aumenta la quantità e qualità delle combinazioni produttive, maggiori esigenze di coordinamento e integrazione, necessità di aumentare l’efficienza = standardizzazione, specializzazione ecc, la cultura dell’impresa comincia a delinearsi in maniera indipendente dall’iniziale imprinting dell’imprenditore; passaggio alla fase dell’integrazione e dello sviluppo scandito da una ulteriore estensione verticale ed orizzontale = assumono sempre più rilievo i ruoli manageriali e direzionali, e con essi la selezione e formazione manageriale stessa.
  • Contesto esterno: es: se esso è molto turbolente e variabile il contesto interno nel suo complesso dovrà essere in grado di adeguarsi alle circostanze e viceversa.

 

Il cambiamento e il cambiamento organizzativo

 

I cambiamenti richiedono alle organizzazioni di adattarsi alle nuove condizioni. La possibilità di un’impresa di rispondere rapidamente al cambiamento è ostacolata dalla presenza di inerzie strutturali e cognitive: le inerzie strutturali sono legate alla presenza di costi sommersi, di coordinamento e di incentivi individuali; impedimenti strutturali connessi al modo in cui un’impresa nel suo insieme e nelle sue componenti più elementari è organizzata; inerzie cognitive: incapacità di un’impresa e dei manager di discernere e considerare come e quando occorre adattare l’organizzazione al cambiamento.

 

Le difficoltà del cambiamento si fanno più rilevanti per le imprese che hanno sperimentato nel passato una storia di successi.

 

La capacità di equilibrare il contesto interno con il cambiamento in atto è un’altra funzione dell’organizzazione.

 

IL CONTESTO ESTERNO

 

Il contesto esterno non può non influenzare i comportamenti dell’impresa: si pensi ad esempio alle regole istituzionali a cui essa deve sottostare (griglia delle regole del gioco) e ai continui rapporti con l’ambiente esterno che deve intraprendere per acquisire gli input, i finanziamenti necessari e per collocare sul mercato il prodotto finito.

L’influenza del contesto esterno sull’impresa si esplica poi anche attraverso la matrice di convenienze e opportunità: esse sono legate ad esempio alla ricerca di una domanda non soddisfatta per un determinato bene (opportunità diretta), oppure nella ricerca di una via di comunicazione che renda possibile l’attività imprenditoriale (opportunità indirette).

D’altro canto anche l’impresa è in grado di influenzare il contesto esterno, ma ciò potrebbe causare un danno per le imprese stesse.

 

La qualificazione del contesto esterno

 

Lo possiamo qualificare su due livelli:

 

  • Livello generale: comprende l’insieme di soggetti, oggetti e condizioni che influenzano le imprese che insistono su un determinato territori; quanto più p ampio quest’ultimo, tanto più esteso sarà tale livello. Le influenza di carattere generale discendono da fattori di vario tipo: (i) politici: es: sussidi; (ii) economici: es: inflazione, tassazione; (iii) sociali: composizione popolazione, tendenze demografiche; (iv) tecnologici: avanzamento conoscenze scientifiche; (v) ambientali: cambiamenti climatici e politiche pubbliche in materia ambientale; (vi) legali: protezione dei consumatori, norme sul lavoro. Tali fattori devono pervenire a conoscenza dell’impresa, la quale potrà così adattarsi a tali fenomeni e tendenze.
  • Livello specifico: soggetti, oggetti e condizioni che influenzano una singola e ben determinata impresa. Il contesto specifico si compone di due ambiti: (i) ambito transazionale: complesso di relazioni contrattuali che l’impresa instaura con più soggetti per approvvigionare gli input e collocare gli output. (ii) ambito competitivo: relazioni dell’impresa con i concorrenti attuali o potenziali, con i produttori di beni sostituti o complementi.

 

Le decisioni dell’impresa possono modificare il contesto esterno: con l’internalizzazione il contesto esterno si allarga in termini di mercati da servire.

 

I due livelli del contesto esterno sono interdipendenti: il contesto specifico mitiga o espande i fenomeni del contesto generale: es: traslazione dell’imposta dall’impresa ai consumatori finali.

 

Il settore

 

Concetto che riguarda il contesto esterno a livello specifico. Insieme di imprese tra le quali emerge, in ragione di un denominatore comune, un elevato grado di omogeneità. Per definire il settore è necessario specificare per quali ragioni esso viene indagato. Sono diversi i soggetti interessati al settore:

 

  • Decisore pubblico: indaga il settore al fine di intraprendere politiche industriali;
  • Intermediario finanziario: con il fine di comprendere la solvibilità delle imprese prenditrici le risorse finanziarie;
  • Studioso: per costruire modelli teorici sul funzionamento del sistema economico;
  • Decisore dell’impresa: per raccogliere informazioni utili per l’assunzione delle decisioni, soprattutto a livello competitivo.

 

Poniamoci nell’ottica del decisore d’impresa: in tale ottica il settore è una porzione del sistema economico composta da raggruppamenti di imprese tra loro simili in quanto accomunate dai beni che producono, mercati di riferimento, input produttivi, ecc. ogni settore è dunque un determinato contesto produttivo commerciale e l’impresa è un tassello di un settore, specifica parte del sistema economico.

Qualifichiamo ora il denominatore comune, in relazione alla sua ampiezza e a criteri di demarcazione: PROBLEMA DELL’AMPIEZZA: un denominatore troppo ristretto porta il decisore a considerare un numero limitatissimo di imprese che operano nel suo stesso settore; un denominatore troppo ampio potrebbe fornire informazioni su imprese tra loro molto eterogenee e quindi difficilmente comparabili. CRITERI DI DEMARCAZIONE:

 

  • Merceologico: un settore si compone di imprese che producono lo stesso bene o servizio; in realtà tale dato non implica omogeneità tra imprese, basti considerare che lo stesso bene può essere prodotto con tecnologie differenti, offerti a differenti clienti, ecc.
  • Chamberlin: settore= insieme di imprese che offrono prodotti in concorrenza tra loro rispetto al soddisfacimento di un consumatore;
  • Bain: due imprese fanno parte dello stesso settore se offrono bene e/o servizi tra loro sostituti: concetto di sostituibilità introdotto per indicare imprese tra loro concorrenti; identifichiamo due tipi di sostituibilità: in termini di prodotti offerti (ottica del consumatore): il consumatore, in base a ragioni di convenienza, può scegliere se acquistare un bene da un produttore oppure da un altro: le imprese che soddisfano uno specifico bisogno sono dunque parte dello stesso settore; in termini di aree geografiche: la sostituibilità è ravvisabile quando i consumatori possono scegliere di acquistare un prodotto in una determinata area piuttosto che in un’altra. Sulla base del criterio di sostituibilità nelle due ottiche del consumatore e dell’area geografica, due beni potrebbero essere sostituti sebbene difformi sul piano merceologico.

 

L’elasticità incrociata della domanda

 

Elasticità= termine per indicare la sensibilità di una variabile dipendente rispetto a una variabile indipendente. È un parametro quantitativo per circoscrivere i settori in termini di sostituibilità tra i prodotti = in tal senso l’elasticità esprime la sensibilità della domanda di un prodotto rispetto alla variazione di prezzo di un altro prodotto e può dunque essere assunta come indice del grado di sostituibilità tra due beni

 

 

Valori positivi di tale elasticità indicano un certo grado di sostituibilità tra i due beni. Se la variazione di p(x) è maggiore di 0, i consumatori domanderanno più bene y e dunque la variazione della quantità domandata di y sarà positiva.

 

LA DEMARCAZIONE DEL SETTORE IN FUNZIONE DELLE COMBINAZIONI PRODUTTIVE E DELLE TECNOLOGIE

L’appartenenza ad un settore dipende dal processo produttivo adottato. Sostituibilità nell’ottica del produttore: due imprese fanno parte dello stesso settore se utilizzano tecnologie tra loro sostituibili.

 

Il settore visto dal lato della domanda e dal lato dell’offerta non sono approcci necessariamente alternativi: il denominatore comunque può considerare assieme in un settore tutte le imprese che presentano condizioni di sostituibilità in ogni ottica finora richiamata.

 

Occorre considerare lo stadio produttivo a cui il concetto di settore viene riferito:

 

  • Processo terminale settoriale: insieme di stadi produttivi che partendo da un determinato input consentono la creazione di un output.
  • Sistema economico settoriale: aggregazione dettata da legami funzionali tra il processo terminale settoriale e l’insieme delle attività che forniscono a quest’ultimo gli input necessari.

 

Distinzione tra settore e industria (intesa come modalità industriale di trasformazione dei beni): il settore include anche processi di trasformazione che utilizzano modalità artigiane.

Settore e mercato: il mercato è un settore definito dal lato della domanda.

Comparto = sub-settore di un settore più ampio.

 

Settore e risultati delle imprese

 

Effetti in termini di risultati connessi all’operatività dell’impresa nell’ambito di un settore: si sono sviluppate tre prospettive:

 

  1. Le differenze in termini di redditività e profittabilità delle imprese sono legate alle specifiche caratteristiche del settore. La scelta dell’impresa di operare in un settore favorevole consente all’impresa stessa di godere di adeguati livelli di redditività;
  2. Nello stesso settore si possono osservare imprese con elevata redditività e imprese con minore redditività. I differenziali di redditività dipendono dall’efficienza legata a fattori di scala;
  3. Differenze di redditività registrate a parità di settore e di scala produttiva e quota di mercato dell’impresa si legano alla disponibilità in capo alle imprese di fattori della produzione eterogenei, disponibili in maniera scarsa e difficilmente acquisibili da altre imprese sul mercato.

 

La profittabilità del settore

 

Il potenziale di profittabilità generabile da un’industria è rappresentato, dato il volume di produzione e di vendita, dalla differenza tra il massimo valore che il cliente è disponibile a pagare per i beni offerti dalle imprese operanti in un settore (valore percepito, VP) e il costo opportunità connesso alla produzione dei beni stessi.

 

CURVA DI DOMANDA = disponibilità a pagare dei clienti ordinate da quella più alta a quella più bassa; tale disponibilità si riduce all’aumentare della quantità.

CURVA DI OFFERTA= costi opportunità per la produzione di ogni unità incrementale di prodotto; la curva di offerta indica dunque il minimo costo che l’impresa deve sostenere per acquistare la disponibilità dei fattori della produzione.

 

COSTO OPPORTUNITA’= nel considerare i fattori della produzione si tiene conto anche del possibile utilizzo in impieghi alternativi.

 

Riportando in un unico grafico (in ordinata VP, in ascissa quantità) curva di domanda e di offerta possiamo visualizzare un’area collocata al di sotto della curva di offerta e al di sopra della curva dei costi; tale area definisce la profittabilità potenzialmente generabile in un determinato settore. Dunque la profittabilità di un’impresa può accrescersi o ridursi in relazione alle dinamiche nell’ambito della domanda e dell’offerta (numero di clienti, sensibilità al prezzo di vendita, innovazioni tecnologiche, ecc).

 

Dalla profittabilità potenziale del settore alla profittabilità dell’impresa

 

La capacità di un’impresa di generare flussi di reddito dipende non solo dalla profittabilità potenziale del settore, ma soprattutto dalla capacità dell’impresa stessa di partecipare alla sua distribuzione in misura maggiore rispetto alle altre imprese del settore.

 

Il modello struttura-condotta-performance (SCP)

 

Considera il modo in cui le caratteristiche strutturali di un settore influenzano le condotte delle imprese, che a loro volta influenzano i risultati delle imprese stesse.

Le caratteristiche strutturali di un settore sono considerate difficilmente modificabili nel breve periodo.

Struttura, condotta e risultati sono influenzati da fattori esogeni, primo tra tutti le decisioni di natura pubblica.

 

ELEMENTI DEL SETTORE CHE ASSUMONO RILIEVO IN RELAZIONE A CONDOTTE E RISULTATI DELLE IMPRESE:

 

  1. Grado di concentrazione: indica il numero e la distribuzione delle imprese in un settore; importante per comprendere la competizione corrente o effettiva. Al crescere del numero delle imprese, con una loro distribuzione dimensionale uniforme, si accresce il potenziale di concorrenza attuale tra le imprese presenti in un settore. Un settore sarà concentrato se vi operano un numero di imprese limitato e, dato il numero di imprese, alcune prevalgono significativamente sulle altre. Se il grado di concentrazione è elevato, ciò implica un potenziale potere di mercato delle imprese che vi operano, che saranno in grado di determinare i prezzi, le quantità e il profilo delle informazioni; grazie al potere di mercato le imprese sono in grado di appropriarsi di una fetta maggiore del profitto potenziale dell’industria, riuscendo a conseguire alti livelli di redditività.
  2. La differenziazione dell’offerta: si ha quando i beni offerti hanno delle caratteristiche tali da far credere al consumatore che vi siano delle differenze tra i prodotti offerti da un’impresa e quelli offerti da altre imprese nel settore. Tale differenziazione può basarsi su: (i) aspetti tangibili del bene, come la sua funzionalità; (ii) aspetti intangibili, come i marchi; (iii) relazioni specifiche attivate dai produttori con i clienti, come i servizi di assistenza pre e post vendita. Ma tali aspetti sono necessari ma non sufficienti per la differenziazione del prodotto: è necessario anche che i consumatori percepiscano tali aspetti come caratteristiche distintive del prodotto. Differenziazione orizzontale: i consumatori hanno preferenze diverse: alcuni preferiscono una tipologia di prodotto mentre altri tendono a preferire prodotti alternativi (alcuni preferiscono yogurt congelati altri i gelati); differenziazione verticale: i consumatori sono in grado di ordinare i prodotti su una scala univoca di valutazione: se i prodotti sono offerti tutti allo stesso prezzo, i consumatori tenderanno a concentrarsi su quelli che presentano la migliore qualità percepita. La differenziazione dell’offerta influenza le modalità e l’intensità con cui si manifesta la competizione: in assenza di differenziazione le imprese sono in concorrenza tra loro e i consumatori acquisteranno quei prodotti che sono offerti al prezzo più basso; in presenza di differenziazione la competizione è più intensa tra quei prodotti che il consumatore percepisce come similari, e meno intensa in quelli percepiti come sostanzialmente differenti: la competizione acquisisce dunque un carattere locale, tra i prodotti che i consumatori percepiscono come similari; leva della competizione non è più solo il prezzo, ma anche le strategie di marketing assumono rilevanza; le imprese che producono beni percepiti dal consumatore come sostanzialmente differenti dagli altri, potranno aumentarne il prezzo, senza perdere la clientela, affezionata non per il prezzo del prodotto, ma per la sua qualità.
  3. Le barriere all’entrata: riguardano la “concorrenza potenziale”, ossia la concorrenza esercitata sulle imprese del settore da parte di potenziali entranti. I potenziali entranti sono imprese esterne al settore che hanno però la possibilità di entrarvi, riducendo così la quota di mercato di ognuna delle altre che ne fanno parte; le barriere all’entrata proteggono dunque il settore rispetto al rischio di nuovi concorrenti, ponendo in una posizione di svantaggio le imprese entranti. La forza di tali barriere è una determinante positiva della profittabilità settoriale e della conservazione delle posizioni competitive acquisite dalle imprese in esso già presenti. Tali barriere possono scaturire da diverse fonti, tra le quali assumono rilievo:
  4. Fabbisogno di capitale: l’ingresso in settori ad alta intensità di capitale è proibitivo per molte imprese, in ragione degli investimenti necessari a competere con le imprese già radicate all’interno del settore. L’efficacia di tale barriera dipende anche da fattori esterni, primo tra tutti i canali di accesso a finanziamenti atti a coprire esigenze durevoli di capitale.
  5. Economia di scala: consolidano le posizioni acquisite dalle imprese già operanti nel settore in ragion del fatto che l’ingresso nello stesso in condizioni di efficienza necessita della capacità di operare su larga scala ovvero di acquisire un’elevata quota della domanda presente nel settore. Se la scala produttiva necessaria per operare in condizioni di costo minimo è elevata e la domanda è soddisfatta già dalle imprese presenti nel settore, i nuovi entranti saranno costretti ad operare ne settore con livelli di costo unitario superiori rispetto a quelli tipici delle imprese che già vi operano. I nuovi entranti potrebbero, facendo aumentare l’offerta complessiva, far diminuire il prezzo, ma allo stesso tempo, le imprese che già vi operano, potrebbero praticare un prezzo inferiore a quello dei costi medi dei nuovi entranti, così da causare a questi ultimi perdite di esercizio à tipico dei settori oligopolistici appartenenti alla “industria pesante” caratterizzata da elevati investimenti in immobilizzazioni tecniche e dalla forte rigidità del costo del lavoro e degli altri input produttivi à sbarrano l’entrata ai nuovi competitor in ragione, soprattutto, del volume minimo di investimenti pubblicitari necessari a percepire soddisfacenti risultati commerciali.
  6. Economia di scopo: si manifestano in presenza della possibilità di utilizzare i medesimi input nella produzione di due o più beni à determinano un vantaggio di costo di imprese diversificate, rispetto alle quali l’iniziale svantaggio dei potenziali concorrenti risiede nella difficoltà di entrare nel settore con un’adeguata gamma di prodotti e di produrre gli stessi con costi unitari comparabili con quelli delle imprese esistenti.
  7. Economie di esperienza: riguardano la possibilità di migliorare l’efficacia e l’efficienza dell’attività operativa mediante un processo di apprendimento continuo da cui scaturiscono costanti riduzioni dei costi à lo svantaggio di costo dei potenziali concorrenti si lega alla circostanza che questi, in quanto estranei al settore, non hanno ancora sviluppato un certo percorso di miglioramento continuo e di apprendimento nell’ambito dei processi di produzione e di distribuzione del bene. In presenza di economie sub c) e d) le imprese esistenti potranno produrre e distribuire il bene con costi unitari medi più bassi rispetto ai nuovi entranti.
  8. Vantaggi assoluti di costo: in primo luogo gli oneri sostenuti per l’acquisizione degli input tendono a essere inversamente correlati con l’affidabilità dell’impresa che dipende dal suo grado di notorietà. In secondo luogo affidabilità e notorietà attenuano la percezione del rischio di credito da parte dei fornitori e favoriscono l’ottenimento di crediti commerciali temporalmente adeguati al perseguimento di condizioni di equilibrio monetario. Le imprese radicate nel settore, essendo già in possesso delle persone e del know-how necessarie per operare in un dato settore, realizzano investimenti volti nell’acquisizione di nuovi lavoratori e nella formazione di quelli esistenti inferiori rispetto a quanto non debbano investire in tali campi i nuovi concorrenti.
  9. Altre fonti di barriera: controllo da parte delle imprese esistenti nel settore di fattori della produzione scarsi e difficilmente acquisibili sul mercato; presenza di relazioni contrattuali ed extracontrattuali che vincolano la fornitura di determinati beni a specifiche condizioni ai produttori esistenti, ovvero all’acquisto da parte dei consumatori dei prodotti da imprese presenti nel settore.
  10. Possibili ritorsioni azionabili dalle imprese presenti nel settore: come la riduzione dei prezzi. Pertanto, il volgere dei prezzi verso valori competitivi è un fenomeno che non riguarda solo l’ipotesi di effettivi nuovi ingressi, ma si determina anche in presenza del solo rischio di ampliamento del numero dei concorrenti.
  11. Barriere istituzionali e legali: dipendono da politiche governative volte a regolamentare l’ingresso in determinati settori.
  12. Differenziazione: impone ai potenziali entranti rilevanti investimenti al fine di convincere i consumatori a sostituire i prodotti delle imprese esistenti con i propri, di sviluppare design alternativi rispetto a quelli correnti controllati dalle imprese esistenti e nel ricercare nuove forme di relazione con i consumatori.
  13. Barriere all’uscita: costi che un’impresa esistente in un settore deve sostenere per cessare la sua produzione e uscire dal settore stesso à sunk cost: costi che si manifestano quando l’entrata nel settore richiede elevati investimenti, non recuperabili nella fase di uscita dallo stesso. Barriere all’uscita elevate = si riduce il rischio di nuovi concorrenti; barriere all’uscita basse = aumenta il rischio di nuovi concorrenti.

Nell’ottica del potenziale entrante le barriere all’entrata qualificano il complesso degli sforzi che l’impresa deve sostenere per poter operare con successo in un determinato settore. Maggiori sono le barriere all’entrata e minore sarà la convenienza dell’impresa ad entrare nel settore stesso. Nell’ottica delle imprese esistenti, le barriere all’entrata qualificano una protezione, un limite posto alla concorrenza potenziale: maggiori sono le barriere e maggiore sarà la possibilità delle imprese esistenti di appropriarsi della profittabilità potenziale del settore stesso.

 

 

La concorrenza cooperativa:

 

tra imprese concorrenti spesso può emergere l’opportunità di cartelli spontanei o di altre forme collaborative finalizzate a tutelare un interesse comune; un attore si qualifica come complementare rispetto a una data impresa nel momento in cui la sua presenza ne amplifica la profittabilità connessa al mercato di sbocco; di contro, si qualifica come concorrente se, in virtù della sua presenza, il mercato perde valore per l’impresa. All’interno dei sistemi concorrenziali le imprese possono interagire in vario modo in termini di cooperazione nel processo di creazione del valore, ovvero di battaglia competitiva per l’acquisizione del valore disponibile.

 

Un modello ampliato di analisi della competizione: il modello delle 5 forze cooperative

 

Tale modello fu proposto da Porte nel 1985: esso, da una parte, consente di studiare l’attrattività di un dato settore, e dall’altra, emerge come quadro di riferimento per la selezione delle strategie competitive e delle risorse necessarie al perseguimento delle stesse. L’autore amplia il concetto di competizione alle influenze esercitate dai produttori di beni sostituti, ai clienti e ai fornitori.

Le cinque forze competitive assumono che la capacità attuale e prospettica delle singole imprese di appropriarsi della profittabilità generata a livello di settore decresce man mano che si amplia la competizione che nel modello in esame abbraccia concorrenti attuali e potenziali, prodotti sostituti nonché clienti e fornitori. Nel modello, la minaccia dei prodotti sostituti attiene al rischio di spostamento delle preferenze dei consumatori a favore di beni e servizi, alternativi rispetto ai prodotti offerti da un dato settore.

In alcuni casi il grado di innovazione dei prodotti sostituti è tale da comportare la fine di un settore (es: diffusore dei pc à fallimento produttori delle macchine da scrivere à in presenza di prodotti sostituti che aumentano l’elasticità negativa della domando rispetto al prezzo, si riduce la manovrabilità dei prezzi verso l’alto e quindi diminuiscono i margini per le imprese del settore.

Anche un eccesso di forza contrattuale dal lato della domanda riduce inevitabilmente la profittabilità effettiva del settore. I principali fattori che incidono sul potere contrattuale dei clienti sono la dimensione media degli acquirenti, la concentrazione e la diffusione delle informazioni; al crescere della dimensione degli acquirenti accresce il loro potere contrattuale, specialmente se rappresentano un target ambito dai produttori; assume rilievo anche la dimensione relativa dei produttori rispetto alla dimensione degli acquirenti. Inoltre, la forza contrattuale è fortemente condizionata dalla conoscenza dei beni oggetto di transazione e dei meccanismi dello specifico mercato.

 

Le richiamate 5 forza competitive agiscono sulle condotte delle imprese, in particolare prezzi, costi, quantità e qualità dei prodotti e investimenti e, quindi, sui loro risultati. Anche in un contesto oligopolistico in cui la concorrenza è limitata, la possibilità per le imprese di appropriarsi della profittabilità del settore potrebbe comunque essere limitata nel caso in cui i fornitori siano in grado di accrescere i prezzi-costi per la fornitura degli input. Tali forze esercitano dunque effetti negativi sulle dinamiche settoriali e aziendali: tanto più potente è una forza competitiva, tanto minore è la redditività del settore e delle imprese a esso appartenenti.

Il miglioramento reddituale aziendale genera maggiore redditività di settore quando l’innovazione strategica è di largo respiro, tale, cioè, da non produrre benefici di breve termine per l’impresa, forieri di distruzione di valore per il micro-ambiente nel lungo periodo.

 

Le imprese in grado di modificare la struttura del settore, migliorandone o salvaguardandone la redditività nel lungo termine, si qualificano come imprese leader: tale posizione può essere assunta da quelle unità la cui solidità economico-finanziaria consente di rinunciare a immediati benefici lucrativi. Di contro, le imprese più fragili sul piano economico-finanziario tendono a trasferire parte della loro debolezza sul settore, in quanto portate a realizzare strategie nell’ottica del breve periodo.

 

IL MODELLO DELLE 5 FORZE COMPETITIVE (schema)

 

Proposto da Porter (1985): offre una doppia chiave di lettura: consente sia di studiare l’attrattività di un dato settore, e sia emerge come quadro di riferimento in sede di selezione delle strategie competitive e delle risorse necessarie al perseguimento delle stesse. Le 5 forze competitive sono:

 

  1. Minaccia dei prodotti sostituti;
  2. Minaccia dei concorrenti potenziali;
  3. Potere contrattuale dei fornitori;
  4. Potere contrattuale dei clienti;
  5. Imprese esistenti.

 

Tali forze esercitano, in maniera combinata, effetti negativi sulle dinamiche settoriali ed aziendali: tanto più potente è una forza competitiva, tanto minore è la redditività del settore e delle imprese a esso appartenenti.

 

Le imprese in grado di modificare la struttura del settore, migliorandone o salvaguardandone la redditività di lungo termine, si qualificano come imprese leader, consapevoli del nesso sempre presente tra performance aziendali e caratteristiche dell’ambiente di riferimento. Tale posizione di leader può essere assunta da quelle unità la cui solidità economico-finanziaria consente di rinunciare a immediati benefici lucrativi. Invece le imprese più fragili tendono a trasferire parte della loro debolezza sul settore, in quanto portate a realizzare strategie nell’ottica del breve termine.

 

IL CICLO DI VITA DEL SETTORE

 

La struttura del settore si qualifica per elementi pro tempore invarianti. Tuttavia, questi elementi sono soggetti a cambiamenti, talora lenti, nel corso del tempo, ma con effetti cumulativi importanti sul settore e sulle imprese chi in esso sono presenti. I cambiamenti a livello di settore influenzano la condotta e i risultati delle imprese.

 

Nell’analisi delle dinamiche di settore occorre distinguere tra:

 

  • Analisi di breve periodo: volte all’assunzione di decisioni tattiche volte a fronteggiare gli effetti delle tendenze di contesto e avviare una riflessione più ampia in vista di modifiche da attuare al piano di sviluppo e ai connessi piani degli investimenti e finanziamenti;
  • Analisi di lungo periodo: per comprendere e prevedere le possibili tendenze irreversibili di fondo e i momenti di rottura, se non anche di suscitarli attraverso le proprie politiche di investimento.

 

La variabile tecnologica assume un ruolo fondamentale rispetto alle dinamiche settoriali: la tecnologia:

 

  • Definisce i beni che possono formare oggetto di combinazioni produttive;
  • Specifica gli input che possono essere utilizzati per la produzione dei beni;
  • Concorre a definire i rapporti tra input e output.

 

IL MODELLO DELLA CURVA A S:

 

  • Descrive la dinamica evolutiva della tecnologia alla base di un settore;
  • Curva a S lo rappresenta: coglie l’evoluzione nel corso del tempo delle prestazioni di una determinata tecnologia evidenziando i periodi nei quali la tecnologia è sostanzialmente stabile e le sue prestazioni migliorano in termini incrementali e specifica gli input che possono essere utilizzati per la produzione dei beni;
  • L’evoluzione della tecnologia di un settore è caratterizzata da lunghi periodi di stabilità costellati da momenti sparsi di cambiamento radicale;
  • Un momento di cambiamento radicale può essere il portato di una nuova tecnologia le cui prestazioni sono inizialmente inferiori a quella corrente;
  • Nonostante lo svantaggio iniziale, queste tecnologie possono assumere nel tempo un carattere di rottura nel senso che le prestazioni crescono rapidamente e superano quelle delle tecnologie tradizionali, anche con riferimento a dimensioni di merito precedentemente non considerate dagli utenti, generando così una transizione dalla vecchia alla nuova tecnologia;
  • A fronte dell’affermarsi di una tecnologia innovativa di rottura, nel breve periodo sono osservabili alcune potenziali reazioni da parte delle imprese esistenti, consistenti nell’investire nella tecnologia corrente cercando di aumentare le prestazioni, nell’investire nella nuova tecnologia, dismettendo quella corrente, nell’utilizzare un approccio ambidestro, ovvero sviluppare la nuova tecnologia mentre di riducono i benefici nell’ambito della tecnologia corrente.

 

FASI DI VITA DI UN SETTORE:

 

  1. Creazione del settore
  2. Era del fermento
  3. Emergenza del design dominante
  4. Miglioramenti incrementali
  5. Maturità
  6. Discontinuità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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