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l’intelligenza umana contro l’umanità

24 febbraio 2018 - tesine maturità
l’intelligenza umana contro l’umanità

mappa concettuale tesina

L’INTELLIGENZA UMANA CONTRO L’UMANITÀ
Gli aspetti negativi del progresso scientifico

Non bisogna pensa al progresso scientifico o alla scienza come qualcosa di autosussistente: alla base di esso vi sono moltissimi ingegni di altrettanti uomini che con la loro intelligenza si adoperano a migliorare le loro condizioni, cercando spesso di imporre il proprio dominio sulla natura, sperando di raggiungere un maggior benessere e dunque una maggiore felicità.

LA LEZIONE LEOPARDIANA

Ma il poeta romantico Giacomo Leopardi (1798-1837), in particolar modo nella fase del cosidetto “pessimismo storico” (1819-1822), è convinto che il progresso non abbia portato l’uomo alla felicità, bensì sia la causa stessa della sua infelicità, e visto che alla base del progresso c’è la ragione umana, è principalmente essa la colpevole della sua condizione: la ragione uccide le illusioni, unico appagamento possibile offerto benignamente dalla natura, per inseguire il “mito del progresso scientifico”, che rivela all’uomo la verità della sua condizione, del suo dolore e della sua finitezza, facendolo soffrire. Se gli antichi grazie all’illusorio miraggio della gloria, dell’amore e dell’amicizia compivano gesti eroici, questi ultimi nel mondo moderno non sono più possibili perchè il progresso della ragione ha paralazzato l’immaginazione e con lei ha posto fine ad ogni tipo di speranza.

PROGRESSO E MORALITÀ

Leopardi mette in luce soprattutto il rapporto tra progresso, immaginazione e dunque felicità, che dall’immaginazione dipende. Ma analizzando le scoperte scientifiche più recenti appare evidente un altro problematico rapporto: quello tra progresso e morale; scoperte positive per la nostra salute potrebbero o sarebbero potute divenire dei mali nelle mani di persone sbagliate; prendiamo ad esempio la terapia genica: il suo scopo è quello di correggere I difetti del genoma alla base delle malattie genetiche, mediante l’inserzione del gene funzionante in un retrovirus: il vettore retrovirale, infettando le cellule, inserisce in esse il gene funzionante; la terapia genica può essere effettuata sia a livello delle cellule somatiche con effetti limitati sull’individuo, sia a livello della linea germinale, con effetti sull’intera discendenza: in questo caso occorre che la moralità umana rifletta sull’intangibilità del patrimonio ereditario e sulla conservazione dell’identità genetica: senza un adeguato controllo la terapia genica potrebbe portare a condotte aberranti, come probabilmente sarebbe accaduto se tale tecnologia fosse arrivata nelle mani di Hitler.

La terapia genica si occupa, come ho detto, di guarire le malattie genetiche, le quali sono spesso causate da radiazioni, che possono provenire da gravi incidenti nelle moderne centrali nucleari, come quello avvenuto nel 1986 a Chernobyl in Ucraina, ma anche da azioni umane volontarie, basti pensare all’utilizzo della bomba atomica nella seconda guerra mondiale, contro le cui conseguenze il Giappone ha dovuto combattere fino a pochi anni fa. Truman prese la decisione di mettere in pratica le nuove scoperte nel campo della fisica nucleare nel modo più atroce possibile: mettendo fine alla Seconda Guerra Mondiale sganciando due bombe atomiche, a tre giorni di distanza, il 6 agosto 1945 su Hiroshima e il 9 agosto 1945 su Nagasaki. La guerra era già finita in Europa, l’8 maggio 1945, ma I giapponesi, nonostante le ingenti perdite, non si arrendevano ancora, ma anzi, avevano introdotto nuovi metodi per attaccare il nemico, come la tecnica dei kamikaze. La giustificazione alla scelta atroce di Truman, adottata anche da molti scienziati che avevano lavorato nel “progetto Manhattan”, fu che la guerra non sarebbe mai altrimenti finita.

L’atrocità della bomba atomica va rinvenuta nel suo stesso funzionamento: in essa vengono utilizzati elementi fissili, come uranio-235 o plutonio-239, I cui nuclei, bombardati da neutroni, vanno a rompere persino la forza forte che, contrastando quella elettomagnetica, tiene insieme I protoni dei nuclei. Così il nucleo si spezza, emettendo moltissima energia, circa 0.2 GeV, e 2 o 3 neutroni, I quali, avendo energia e muovendosi attraverso la massa dell’uranio, urtano altri nuclei e danno origine ad una “fissione nucleare a catena”; questo processo è alla base del funzionamento della bomba atomica ed ha tre conseguenze principali:

l’energia emessa causa una potente onda d’urto che può sbriciolare palazzi di cemento anche a centinaia di metri dal luogo dell’esplosione;
radiazioni infrarosse che possono incendiare il materiale infiammabile anche a decine di chilometri di distanza;
una pioggia di neutroni, raggi beta e gamma, che causa l’avvelenamento da radiazioni;

Radiazioni a cui il corpo dell’uomo non è abituato nè pronto e che quindi vanno a modificare il suo DNA, penetrando in profondità nel corpo umano, con effetti deleteri sull’individuo e sulla discendenza.

LA LUNGIMIRANZA DI LUCIO ANNEO SENECA

Ecco come la storia dà ragione alla concezione della scienza che emrge nell’opera le “Naturales Quaestiones” di Seneca (Cordova, 4 a.C.- 65 d.C.): in esse Seneca mostra di avere grande lungimiranza sia nell’immaginare che il progresso porterà l’uomo a scoprire verità che ancora gli erano ignote al suo tempo, sia purtroppo nell’essere scettico circa le applicazioni tecniche della scienza, causa di vizi quali ambizione e egoismo; Seneca appare inoltre molto sensibile alla riflessione circa il rapporto tra moralità e scienza anche nella sua opera filosofica principale: “Le epistole a Lucilio” dove riflette su cosa sia davvero importante nella vita, saper misurare un campo o l’animo umano? Sapere cosa è una linea retta o sapere cosa è retto nella vita?

La moralità, dice in pratica Seneca, non dovrebbe sottostare o essere postposta a nulla: in termini moderni, il progresso scientifico deve andare di pari passo col progresso morale.
Un chiaro esempio delle conseguenze negative, qualora questa congiunzione non dovesse avvenire, ce lo fornisce Mary Shelley nella sua opera “Frankenstein”:

SERVI E PADRONI

Victor Frankenstein is a swiss scientist who tries to create a human being by joining parts selected from corpses, without respecting the role of nature, but trying to overcome its limits, with a careful preparation but without following any moral rule. And so the result of the experiment is an ugly creature, which at the end of the story destroys his creator. Frankenstein was delighted to be able to control his creature, which represent the embodiment of the science, but instead it is the creature-science that takes control of him, with terrible consequences. The reversing roles is evident in the monster assertion: “You are my creator, but I am your master. Obey!”.

Dovremmo riflettere dunque su cosa ci rende davvero felici, su cosa è davvero giusto, sul ruolo della natura, senza permettere alla scienza di divenire nostra padrona, ma mantenendo sempre noi il controllo anche sui suoi nuovissimi prodotti: smartphone, tablet, computer, ci rendono loro schiavi senza che ce ne rendiamo conto. Risulta dinque più che mai attuale la frase che troviamo negli ultimi versi di “In morte di Carlo Imbonati” di Alessandro Manzoni: “Delle umane cose tanto sperimentar, quanto ti basti per non curarle”.

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